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Lettere dal fronte - La visione di un cf sui prezzi in saldo dell'oro nero

Lettere dal fronte - La visione di un cf sui prezzi in saldo dell'oro nero

Contributo a cura di Massimo Versolatto, consulente finanziario

L’Economist in un editoriale del 12 agosto 2017 ha previsto la morte del motore a scoppio. È interessante notare come l’articolo iniziasse con una citazione da “Le Petit Journal” del dicembre 1893, il quale diceva, più o meno lamentevole, che l’inventiva umana non era ancora stata in grado di sostituire il cavallo come propulsore dei veicoli. Se dunque i francesi chiedevano alla fine del diciannovesimo secolo un’accelerazione nello sviluppo della tecnologia motoristica, l’autorevole rivista inglese ipotizza oggi come i tempi per la rottamazione di quella straordinaria invenzione siano maturi.

Poco più di un secolo dopo.

Il problema della fine del motore a scoppio è un dibattimento storico. Secondo diverse fonti, più o meno accreditate, il progetto per motori elettrici perfettamente funzionali sarebbe risalente addirittura agli anni 70. Se sia vero o no, ci interessa poco. Ciò che invece è utile notare è che l’avanzamento tecnologico ha portato a una riduzione significativa del costo di produzione (e conseguentemente di commercializzazione) delle batterie elettriche. Contemporaneamente nel settore automobilistico tradizionale la ricerca e lo sviluppo continuano a essere ragione d’investimento, con benefici su tutti i fronti, dalla stabilità dei veicoli, al loro peso e all’utilizzo di strumentazione elettronica a supporto della guida.

In tutto questo il petrolio vive di nuovo un momento complesso: dopo aver raggiunto i massimi annuali a 74,30$ al barile (WTI), in poco più di un mese è sceso fino a quota 50$. Questo a causa di fattori prettamente economici?

Decisamente no. Shock

È durato 20 giorni il conflitto armato che ha innescato la prima, grande crisi petrolifera, nel 1973. La cosiddetta Guerra del Kippur, scoppiata perché Egitto e Siria hanno attaccato Israele durante la festa autunnale dello Yom-Kippur (6 ottobre 1973), ha visto schierarsi a favore degli assalitori i Paesi OPEC, tra cui l’Arabia Saudita.

Con  un  embargo  mirato  e  l’aumento  volontario  del  prezzo  del  greggio,  si  innescò un brusco rallentamento della crescita economica nei paesi importatori che ebbe ripercussioni per tutto l’anno successivo.

Non tardò molto ad arrivare un secondo shock, nel 1979, stavolta a causa della rivoluzione iraniana che portò Khomeini alla guida della Repubblica islamica dell’Iran. L’anno successivo, senza pensarci due volte, Saddam Hussein tentò di invadere il paese. Ad appoggiarlo c’era l’Arabia Saudita. Nel 2016, primo trimestre, il prezzo del petrolio è crollato ai minimi di 26$ al barile causando uno degli anni finanziariamente più neri nel post 2008. I mercati sono crollati non solo per le attese sull’andamento dell’oro nero, ma anche e soprattutto perché sui mercati sviluppati si sono riversate ondate di vendite di titoli azionari. Cosa c’entravano con il petrolio? Poco, ma quei titoli erano detenuti anche dalle tesorerie degli Stati produttori di greggio, i quali vendevano per far cassa.

Sì, l’Arabia Saudita era in prima fila.

L’infinita spaccatura del mondo arabo musulmano, che vede in contrapposizione sunniti e sciiti, è stata alla base delle crisi energetiche degli anni 70. Conseguenze, dunque, di conflitti religiosi e politici. La crisi del 2016, di fatto un contro-shock rispetto ai due precedenti, con uno sguardo più ampio è a suo modo il risultato di scelte politiche strategiche (un cambiamento quasi decennale nell’asse dei rapporti USA – Russia – Medioriente).

Quest’anno, va detto, i fattori che influenzano maggiormente il movimento ribassista sono meno politici e più commerciali, ma a dar loro forma c’è sempre la politica.

Trumparchia

Potrete leggerne tante, di motivazioni che giustifichino il ribasso degli ultimi due mesi. Ne ho lette parecchie certamente anche io e si può dire che siano tutte condivisibili. Per alcuni il problema principale è il rallentamento della crescita (in prospettiva minor richiesta di petrolio e riduzione del suo prezzo), per altri all’Arabia Saudita è sfuggito di mano l’allentamento di giugno nei confronti dei blocchi alla produzione (verissimo, hanno dichiarato qualche giorno fa di aver superato i 10,7 milioni di barili al giorno), infine c’è chi vede la pressione di Trump come vero elemento scatenante. Pressione questa, che si svolge su due fronti: quello della guerra commerciale, ora forse di fronte a un’auspicabile tregua, e la richiesta di tenere il prezzo del petrolio basso. Che ci si creda o no, a Trump preme di consegnare ai suoi cittadini un prezzo del carburante basso in occasione delle festività.

Lance Roberts, su Seeking Alpha, lancia però un allarme nei confronti di questo atteggiamento di Trump da “botte piena e moglie ubriaca”. La riduzione del costo ha sì effetti positivi per l’economia e il risparmio delle famiglie, riduce anche l’inflazione importata, obbligando la Fed su un piano più accomodante (vedasi apertura di mercoledì scorso) ma, allo stesso tempo, riduce anche i margini delle compagnie di “shale oil” americane. Queste, è bene ricordarlo, si sono molto indebitate negli ultimi anni grazie ai tassi bassi, sono finanziariamente fragili e i loro bond costituiscono oggi percentuali significative dei fondi US High Yield.

Sì, un prezzo del greggio troppo basso, troppo a lungo rischia di essere un boomerang.

Più di qualcuno mi ha chiesto dove penso che andrà, nei prossimi mesi, il prezzo del petrolio. Questo non è un quesito qualsiasi, questa è LA domanda.

Ovviamente, non rispondo mai. In tutta sincerità non lo so ed è difficilissimo valutarlo perché, esattamente come successo finora, a muovere il prezzo del greggio nel breve e medio termine non saranno i veicoli elettrici (un tema valido fin d’ora, per il futuro), le grandi scoperte o la tendenziale, lenta riduzione delle riserve di greggio. A causare un nuovo shock non sarà probabilmente nemmeno il rallentamento dell’economia globale.

Saranno, di nuovo, scelte politiche.

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