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Diversifica et Impera – Titoli di Stato e immobili, una favola senza lieto fine

Con l'adozione del Fiscal Compact, scrive Simone Funghi, family banker di Banca Mediolanum, non esistono più gli investimenti sicuri di una volta.

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Diversifica et Impera – Titoli di Stato e immobili, una favola senza lieto fine

C’era una volta un genitore che per riuscire a trasmettere ai suoi figli (e nipoti) il suo capitale, accantonato in una vita di lavoro e di impresa, investiva in due tipologie di beni sicuri e ben remunerativi: gli immobili ed i titoli di Stato.

Questa è una favola che, oggi, non funziona più.

Qualche anno fa l’Italia ha aderito ad un patto di bilancio europeo, il Fiscal Compact; un trattato su stabilità, coordinamento e governance dell’Unione economica e monetaria approvato il 2 marzo 2012. In sintesi, l’abbattimento programmato del debito pubblico nell’ordine di 50 miliardi all’anno per 20 anni, ovvero 1.000 miliardi. 

Andiamo a vagliare le singole tipologie di investimenti che venivano usate, fino a ieri, per preservare il capitale accumulato in anni e passarlo alle generazioni seguenti.

1) Gli immobili

Spesso si intestavano ai figli o al soggetto che si voleva tutelare garantendogli una rendita mensile ed un valore crescente e rivalutato nel tempo.

Ora gli immobili hanno subito una serie di attacchi che possiamo individuare:

  • Nella crisi, ormai sistemica, dei prezzi del mercato del mattone
  • Nelle tasse legate al regolare contratto di affitto
  • Nelle tasse legate alla proprietà
  • Nella difficoltà legata al trovare, in tempi brevi, affittuari che paghino regolarmente

Tutto questo ha reso l’investimento immobiliare di scarsissimo richiamo.

2) Titoli di stato

Per quanto riguarda i titoli di Stato, sono state introdotte, con decreto andato sulla Gazzetta Ufficiale del 19 dicembre 2012, le CACs o, per intero, Clausole di Azione Collettiva sui titoli di Stato.

Queste clausole danno la facoltà all’emittente, quindi allo Stato Italiano, di modificare i termini che regolamentano diverse variabili dei titoli con durata superiore ai 12 mesi emessi a partire dal 01 gennaio 2013.

Le variabili vanno:

  • Dalla durata (sì, possono allungarla)
  • Alla restituzione completa del capitale (in caso di difficoltà contabile potrebbero non restituire il 100% di quanto è stato investito)
  • Dalla valuta di restituzione del capitale (la valuta potrebbe passare da euro a rubli russi, per esempio)
  • Al paese nel quale vengono restituiti i soldi

Per non parlare dei tassi d’interesse che oggi, nella maggior parte dei Paesi della zona euro, sono negativi nel lungo periodo. Quindi chi deposita dei soldi paga per lasciarli in custodia, il che non sembra rientrare nel campo della logica.

Tornando al genitore-risparmiatore...

Dopo molto lavoro e molto tempo passato a risparmiare per i figli, c’è da fare i conti, ad oggi, con un’anomalia italiana stranamente positiva.

Infatti, la norma dice che c’è una franchigia sulle tasse di successione di un milione di euro di patrimonio totale (mobiliare ed immobiliare) per erede. Sulla parte che supera questa soglia gli eredi in linea retta pagheranno un’aliquota pari al 4%.

E il Fiscal Compact di cui sopra? I 50 miliardi all’anno da reperire?

C’è chi crede veramente che non si metta mano anche a questa “anomalia positiva” italiana?

Le norme che regolano le successioni negli altri paesi europei (anche quelli “virtuosi”) hanno una franchigia media attorno ai 200.000 (in alcuni non c’è proprio) ed una tassazione che parte dal 5% e si spinge ben oltre.

Viene quindi automatico porsi la domanda che aleggia su quanto detto finora:

Come si fa a proteggere il capitale e a trasferirlo ai propri eredi?

A questo punto il genitore sopramenzionato tira fuori dal cilindro un’idea che sembra geniale. “Eureka! Ecco la soluzione, i conti deposito!” esclama trionfante dalla sua vasca da bagno.

Dal bail-out al bail-in

Ma c’è un problema che forse il genitore-risparmiatore non conosce: il bail in.

Si tratta della procedura di fallimento controllato delle banche.

Con il Fiscal Compact da assorbire, si crede veramente che lo Stato abbia i soldi per andare a salvare una banca instabile che magari ha fatto il passo più lungo della gamba?

In soldoni questa procedura dice che a pagare saranno nell’ordine:

  • Gli azionisti (il controvalore delle azioni va a zero)
  • Gli obbligazionisti secondo il grado di “rischio” (sì, le obbligazioni hanno un rischio)
  • I depositanti con più di 100.000 €.
  • I depositanti che rimangono fuori hanno un fondo di garanzia europeo, ad oggi, grande appena quanto gli incagli (cioè le sofferenze non più esigibili) di una banca primaria italiana e il fondo è europeo. Difficile immaginare che possa tutelare i piccoli risparmiatori.

Quindi oltre a cercare un rendimento accettabile si deve anche prestare massima attenzione alla scelta della banca. Bisogna sceglierla solida, altrimenti potrebbe essere il risparmiatore a pagare. (A questo proposito, si veda l’esempio di Hypo Alpe Adria).

In caso di azienda

Ma proviamo a ipotizzare che il genitore-risparmiatore abbia un’altra caratteristica: possiede un’azienda.

Ecco qualche dato statistico: il 70% delle aziende italiane non sopravvive alla prima generazione e più dell’85% non supera la seconda; alla terza generazione giungono indenni solo 13 aziende su 100.

Inoltre solo il 15% degli italiani pianifica la trasmissione del patrimonio, mentre il restante 85% non decide anticipatamente e lascia quindi che a decidere sia qualcun altro: lo Stato.

Questo atteggiamento può risultare pericoloso soprattutto in caso di imprevisti che possono minare la serenità familiare.

In conclusione, il genitore, ormai disorientato da questa miriade di informazioni, come farà a prendere una decisione?

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