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Dare il tfr al fondo pensione, cosa conviene fare

Dare il tfr al fondo pensione, cosa conviene fare

L'autore, avvocato, è dal 2008 in Mefop (società per lo sviluppo del Mercato dei Fondi Pensione) ed è responsabile della consulenza e della formazione in materia legale

La legge per il mercato e la concorrenza n.124 del 2017, in vigore dal 29 agosto 2017, ha riformato com’è noto qualche aspetto rilevante della disciplina di settore della previdenza complementare.

In particolare, relativamente al finanziamento della posizione previdenziale mediante versamento del Trattamento di fine rapporto, si prevede la possibilità di destinare al fondo pensione anche una quota del Tfr maturando senza vincoli circa la destinazione integrale dello stesso purchè tale facoltà sia ammessa da appositi accordi.

Questa possibilità, fino all’intervento della legge in commento, ha rappresentato appannaggio esclusivo di lavoratori di prima occupazione antecedente il 28 aprile 1993 (c.d. “ante ‘93”).

La Commissione di vigilanza sui fondi pensione con apposita circolare n.5027/2017 ha fornito delle precisazioni sugli effetti della menzionata normativa. Nel dettaglio, Covip ha avuto modo di chiarire quali sono gli accordi che possono inserire queste previsioni: si tratta di tutte le fonti istitutive delle adesioni collettive, compresi accordo plurimo e regolamento aziendale.

Le adesioni in forma individuale a fondi aperti o a piani individuali pensionistici sono dunque escluse da queste previsioni potendo già optare per l’adesione senza Tfr in alternativa alla totale destinazione (unica eccezione riguarda gli ante 93).

Gli accordi possono prevedere la scelta tra diverse quote percentuali di Tfr da destinare al fondo pensione a partire dallo 0%. In assenza di tale indicazione il conferimento del Tfr maturando è totale.

La possibilità di introdurre tale facoltà potrà riguardare (in assenza di previsioni specifiche) tutti i lavoratori dipendenti privati con Tfr, senza distinzione tra soggetti già iscritti (ante e post ’93) e nuovi aderenti.

Per il resto rimane immutato il meccanismo del silenzio assenso che comporta, dopo sei mesi dall’assunzione, la destinazione automatica del Tfr maturando a previdenza complementare in caso di mancata scelta esplicita da effettuarsi mediante modulo TFR2.

Coloro che non hanno espresso alcun consenso che volessero fruire della possibilità di destinare parte del  Tfr, rimediando al tacito conferimento della totalità dello stesso, dovranno attivare la contribuzione minima prevista a proprio carico.

In merito alla finalità della norma, ci si è chiesti se la stessa rappresenti un ritorno al passato; un ulteriore passo indietro dopo il Tfr in busta paga rispetto all’opera di «previdenzializzazione del Tfr» operata con il meccanismo del silenzio assenso a partire dal 2007.

L’obiettivo del legislatore, introducendo una maggiore flessibilità nella destinazione del Tfr a previdenza complementare, è stato probabilmente quello di consentire a chiunque una diversificazione delle scelte con possibilità di raccogliere adesioni anche da parte dei giovani o degli scettici.

E’ doveroso da parte dello scrivente rammentare il fatto che l’opzione più vantaggiosa rimane il versamento integrale del Tfr al fondo pensione per la speciale disciplina fiscale che caratterizza la previdenza complementare; una remora ricorrente nel destinare il Tfr al fondo pensione riguarda l’errata convinzione di poter accedere al capitale versato solo al momento del pensionamento

Va precisato sul punto che in realtà la possibilità di ottenere anticipazioni in costanza di lavoro o la liquidazione delle somme versate al momento della cessazione del rapporto di lavoro sussiste anche nel caso di Tfr al fondo pensione. Per cui evviva la libertà di scelta, ma che sia una scelta consapevole dei reali vantaggi e delle possibilità ammesse dalla normativa.

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