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Citywire Community - Piccolo (B.Finnat): Per fare il private bisogna iniziare da altro

Le competenze, la forte patrimonializzazione e una struttura con notevoli competenze sulle tipicità del patrimonio della clientela private di Banca Finnat hanno portato Daniele Piccolo ad assumere la Direzione Private Banking del Nord Italia

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I percorsi che portano al private banking sono estremamente diversi e sarà forse per questo che io tuttora non mi considero un private banker” spiega Daniele Piccolo (in foto), direttore Private Banking del Nord Italia di Banca Finnat, tra i profili di copertina dell’ultimo mensile Citywire Italia (qui consultabile gratuitamente). “Ho avuto una lunga e felice esperienza professionale iniziata, molto giovane, al Credito Emiliano”.

“Ebbi tre fortune: entrare in un momento in cui - la allora - Banca Agricola Commerciale di Reggio Emilia assumeva molti giovani - Nazzareno Gregori (in foto sotto) che oggi è il direttore generale di Credem iniziava con me -; confrontarmi con una caratteristica oggi dimenticata dagli istituti, come la job rotation, che ci portava a cambiare mestiere ogni tre anni - mai innamorarsi del lavoro precedente -; e aver incontrato uno dei più grandi banchieri di tutti tempi come Franco Bizzocchi, il mio mentore”. 

“Bizzocchi mi diede possibilità che in nessuna altra banca avrei avuto” si ferma Piccolo. “Iniziai dalla società di leasing, poi feci il retrocassa nella acquisita Banca Belinzaghi di Milano e poi a 22 anni fui mandato a Reggio Emilia come più giovane direttore di filiale. Passai alla società di trading Contrade, affacciandomi all’internazionale, e mi occupai di marketing, di ufficio immobili durante la liberazzazione degli sportelli e di correspondent banking, perchè ero uno dei pochi che all’epoca parlavano correntemente inglese e francese. Quando l’euro iniziò a prender vita quel lavoro perse di senso e passai a dirigere Istbank, scalato nel frattempo da Credem, e con all’interno la fiduciaria IstiFid che svolgeva un’attività molto particolare come la gestione dei libri soci delle quotate”. 

“La regola era non fare mai un mestiere solo” ride. “E quindi ero contemporaneamente responsabile relazioni esterne e investor relator,  vice presidente della banca in Svizzera e amministratore delegato di Istifid, costruendomi una serie di competenze non facili da rintracciare in un percorso tradizionale. Da cui una mia convinzione: per arrivare a fare private banking bisogna iniziare facendo tutt’altro”.

“In Credem il private banking lo iniziammo io e Paolo Contini. La sede di Milano di via Andegari fu un esperimento, replicando quanto visto in uno dei tanti viaggi negli Stati Uniti con Franco Bizzocchi. Era il 1986, non c’era internet e per capire bisogna vedere le cose di persona” racconta Piccolo, “Ai tempi Credem e Rolo Banca (poi fusa in UniCredit, ndr) furono i primi istituti a dotarsi di un sistema di gestione patrimoniale. Con l’acquisizione di Banca Euromobiliare poi entrarono competenze non indifferenti: Francesco Perilli, Nicola Ricolfi, Carlo Gentili (in foto sotto). Si andava arricchendo in particolare il servizio alla clientela medio-alta”.

“Poi andò via Bizzocchi, che scomparve poco dopo. Capii che era il momento di guardare altrove e, un po’ per le esperienze in Svizzera un po’ per cambiare, entrai completamente nel segmento del private banking, senza avere clienti. Come condirettore generale della allora Banca Albertini Syz”.

“Nove anni molto belli e divertenti, da inizio 2007 a fine 2015. Anni molto importanti per gli scudi fiscali e per la grande distintività data dai servizi Syz, cui apportai le competenze fiscali e societarie apprese in IstiFid. La banca fece un salto dimensionale: triplicò le masse senza beneficiare di conti svizzeri Syz riportati in Italia, ma solo perchè eravamo riconosciuti come soggetti capaci di gestire quella fase”. 

“Le banche commerciali sono più collocatori di prodotto che reali conoscitori dei clienti” puntualizza. “Per capire un cliente serve tempo e capacità di ascolto. Servono interlocutori specializzati. Per questo il questionario MiFid è una semplificazione che pretende in 20 domande  di comprendere la complessità che si cela dietro un cliente e il suo patrimonio”.

“Quando compresi che un’altra fase era conclusa decisi di fare una follia cogliendo un’ipotesi di lavoro che poteva trasformarsi in uno dei più grossi successi italiani: la direzione generale di Banca Ponti, nel gruppo Carige. Un presidente come Cesare Castelbarco (in foto sotto), un ristrutturatore come Piero Montani e i grandi capitali di Vittorio Malacalza: tutti gli elementi corretti”.

“La triste realtà, e che nessuno aveva previsto, è che a 15 giorni dal mio ingresso il Governo Renzi fece saltare il tavolo delle quattro banche del CentroItalia. E questo generò per le banche un forte momento di stress, sotto lo spettro del bail-in” ricorda Piccolo “In Carige si creò una frattura e cambiò radicalmente la guida del gruppo, il progetto si iniziò a impantanare e io, che a quel punto avevo portato un portafoglio di clienti importanti, iniziai a seguire con attenzione crescente l’evoluzione degli eventi. Fino al passaggio in Banca Finnat nel 2017”.

“La scelta fu dettata da due fondamentali fattori: scegliere una banca commerciale che non risponde alla mia visione del private banking e non andare in società basate intorno a un unico – per quanto importante – talento. Fu così che quando rividi Arturo Nattino (in foto sotto), mi ricordò che in passato aveva valutato l’acquisto di Banca Cesare Ponti e che il progetto di espansione in NordItalia esisteva ancora. Ci accordammo in pochi minuti”.

“Banca Finnat è il posto giusto dove lavorare per alcuni motivi: le competenze – maturate in 122 anni di storia, seppure con un brand poco noto al Nord–, una forte patrimonializzazione e una struttura con notevoli competenze sulle tipicità del patrimonio della clientela private, a partire dalla divisione di corporate finance e dalla presenza nel gruppo di Investire Sgr che è la seconda società di gestione immobiliare italiana. Inoltre è iniziata la stagione delle grandi fusioni – Intesa Sanpaolo-Ubi è solo la prima – e questo favorirà strutture indipendenti e specializzate sugli imprenditori come Finnat”.

“L’approdo della banca in NordItalia era inevitabile vista la distribuzione della ricchezza nel Paese e vista la fase complicata attraversata da Roma. In più la struttura di Milano è iperstorica, poichè risale a quando la Borsa non era telematica e c’erano anche le filiali di Torino e Genova. Il direttore della sede di Milano, Marcello Palumbo, è un’istituzione nonchè uno dei private banker più bravi”.

Ci siamo irrobustiti con portafogli medio-grandi superiori agli 80-100 milioni di euro, ma anche con profili giovani, in particolare donne, Katia Ciaccio da Bim, Paola Pontelli da Santander o da percorsi diversi come studi di commercialisti. Il passaggio generazionale è importante anche tra i banker e, come imparai in Credem, è importante far crescere chi poi sarà in grado di sostituirti”.

“È importante creare una forte cultura interna ed evitare che si creino banche nelle banche. Chi viene in Banca Finnat trova due importanti valori: quello di poter servire il cliente con etica, libertà operativa e intellettuale senza campagne e budget di prodotto e quello di avere una struttura organizzativa piatta  e molto veloce con costi competitivi rispettosi dei clienti, soprattutto in una fase di rendimenti condizionati da una componente obbligazionaria a tassi zero”.  

 

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