Zhu Lei (AA, C.Suisse Am) fa il punto sul credito asiatico: l'export cinese in Usa? Non supera il 5% - Citywire

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Zhu Lei (AA, C.Suisse Am) fa il punto sul credito asiatico: l'export cinese in Usa? Non supera il 5%

Zhu Lei (AA, C.Suisse Am) fa il punto sul credito asiatico: l'export cinese in Usa? Non supera il 5%

“Il credito in Asia ha prodotto rendimenti stabili nel 2017, tra tre rialzi dei tassi, rischi geopolitici e un livello record di offerta nei mercati obbligazionari asiatici in dollari americani. E l’aspettativa è che il contesto sia simile nel 2018”.

Il gestore Zhu Lei (in foto, rating AA Citywire), vice-responsabile di obbligazionario asiatico per Credit Suisse Am e gestore del CS (Lux) Asia Corporate Bond Fund, ha illustrato a Milano quelli sono, a suo giudizio, i vantaggi offerti dal credito orientale, “un’asset class passata da 668 a 839 miliardi di dollari nel corso del 2017, ricca di nuove emittenti (in particolare nei corporate bond), con una qualità del credito in crescita da 17 anni, sostenuta nelle fasi critiche dagli investitori asiatici (da cui deriva il 77% delle masse) e particolarmente adatta agli investitori stabili, offrendo rispetto ad altri comparti picchi di performance minori ma anche un molto più limitato rischio di perdite”.

L’attenzione della fund manager cinese basata a Singapore si è poi concentrata sul credito asiatico non-sovrano (533 miliardi di dollari, rendimento medio del 4,97% dal 2010) – a suo dire meno rischioso –, un universo variegato, di cui la Cina rappresenta però ben il 57%. A osservare l’indice JP Morgan Jaci, comunque, appare rilevante anche il peso di Hong Kong (14%), India (10%), Corea del Sud (7%) e Singapore (3%) per menzionare i principali Paesi.

Una varietà rispecchiata anche in termini di composizione settoriale con, in primis, un 39% di titoli finanziari, un 18% di real estate, un 9% di aziende petrolifere e gasiere così come di società delle telecomunciazioni.

Una composizione diversa da quella del fondo CS (Lux) Asia Corporate Bond gestito da Zhu Lei che, con un’accentuata diversificazione (le prime 10 posizioni sulle 150-200 del portafoglio sono intorno al 10,6% delle masse e la prima non supera l’1,4%), ha scelto ad esempio di tenersi lontana da gas e petrolio: “Le grandi aziende estrattive in Asia sono statali e quindi troppo soggette ai bond sovrani. D’altro canto, le società piccole rivelano un grado di volalità eccessivo” ha puntualizzato.

“Il nostro alpha deriva da una selezione bottom up e dall’attenta gestione dei tassi di interesse, con esposizione in dollari” ha aggiunto. “Monitoriamo le aziende non solo dal punto di vista quantitativo, ma anche qualitativo. Non guardiamo solo ai fondamentali ma anche a come è gestita un’azienda, alla qualità e alla stabilità del management”.

Rispetto al benchmark (qui di seguito i principali fondi concorrenti) il fondo sovrappesa la Cina (64,1% a 56,7%) e il Giappone (6,1% a 0) mentre sottopesa la Corea (2,4% a 10,8%) e l’India (1,4% a 7,5%); in termini di settori invece punta maggiormente su real estate (25,1% a 12,6%) e settore assicurativo (9,1% a 1,5%) e poco sulle banche (12,3% a 21,8%).

Nessun timore deriva invece dalla paventata guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina perchè, come ha ribadito Zhu Lei: “L’incidenza dell’export negli Stati Uniti per il Pil cinese è del 5%. Un numero alto in termini di valore, ma non determinante in termini percentuali”.

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