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Uno sguardo ai mercati - Azionario, un rally tira l’altro

Uno sguardo ai mercati - Azionario, un rally tira l’altro

Indice: MSCI AC World TR EUR

Rendimento a tre anni (30/4/2014 – 30/4/2017): 51%

Equity globale, ottimismo dopo un anno di incognite
La radiografia dei listini globali lascia trasparire un quadro di buona salute, positivo per gli investitori. I fondamentali migliorano, le valutazioni sono positive e l’incertezza politica sembra ridursi. Nonostante manchino ancora due tappe delle elezioni europee (Gran Bretagna a giugno e Germania a settembre), il picco del rischio politico sembra essere infatti alle spalle.

Le società quotate (soprattutto in Europa e negli emergenti) sembrano godere di buona salute. I risultati positivi delle trimestrali relative a inizio anno e il miglioramento delle prospettive di crescita globale hanno infuso gli analisti di ottimismo e li hanno portati a rivedere verso l’alto le loro previsioni riguardo agli utili.

In particolare gli emergenti possono vantare in questo momento earning revision in miglioramento e una minore valutazione di partenza rispetto ai listini europei e americani. Per questo l’investitore può tornare finalmente a studiare i fondamentali dell’azionario.

“Le aspettative sugli utili in Europa, negli Stati Uniti e nei mercati emergenti sono cresciute dall’inizio dell’anno”, osserva Richard Flax, direttore investimenti di Moneyfarm. “L’azionario americano è al momento più costoso di quello europeo e di quello dei Paesi emergenti. In particolare, negli emergenti il divario tra le valutazioni è aumentato nell’ultimo periodo, suggerendo che questa asset class merita di essere seguita con molta attenzione”.

Si potrebbe obiettare che i prezzi non sono di saldo e le previsioni sugli utili di solito tendono a essere più positive a inizio anno, e che le incognite geopolitiche sono sempre dietro l’angolo. Ma, a parità di altri fattori, i trend in atto nel 2017 stanno sostenendo al rialzo gli investimenti azionari.

AZIONARIO EUROPEO

Indice: MSCI Europe TR EUR

Rendimento a tre anni (30/4/2014 – 30/4/2017): 24,99%

Europa, si può fare di più

Il nostro approfondimento a livello geografico parte dall’Europa, che secondo Robeco è un mercato che sta performando al di sotto del proprio potenziale.

“L'azionario europeo è stranamente poco amato, nonostante una solida stagione degli utili che ne ha aumentato l'appetibilità relativa rispetto agli Usa”, osserva il direttore investimenti della casa olandese Lukas Daalder. “Nel primo trimestre gli utili delle aziende europee hanno fatto registrare una crescita record (+26%) ma gli indici azionari non li hanno seguiti l'esempio, come invece accaduto negli Usa”.

Mentre i mercati azionari statunitensi sono cresciuti più di quanto gli utili sottostanti avrebbero giustificato, i titoli europei non sono stati al passo con l'aumento degli utili societari registrati nei primi tre mesi del 2017: gli investitori si sono concentrati sulle questioni più spinose, come la Brexit e lo spettro del populismo. “Per questo la nostra strategia rimane selettivamente sovraesposta all'azionario europeo rispetto agli Usa”.

Quindi, perché preferire l’Europa? “Tutto dipende dal fatto che il mercato Usa sembra aver scontato soprattutto le buone notizie ignorando le incertezze, mentre il mercato europeo ha fatto esattamente il contrario, scontando tutte le incertezze e trascurando le buone notizie come quella relativa alla performance economica: negli ultimi due anni l'economia dell’eurozona è cresciuta come quella Usa, e visto che la crescita demografica europea è inferiore a quella statunitense, l'aumento pro-capite del pil è stato più consistente”.

 

AZIONARIO MERCATI EMERGENTI

Indice: MSCI EM (Emerging Markets) TR EUR

Rendimento a tre anni (30/4/2014 – 30/4/2017): 35,7%

Emergenti, presupposti per una crescita stabile

Dopo anni di fuga di capitali, condizioni della politica economica in peggioramento e alto rischio politico, tutto è relativamente tranquillo nei mercati emergenti, che da inizio anno stanno ben performando attraendo flussi record.

“Per un po’ è sembrato che le ambizioni protezionistiche del presidente Trump fossero un bastone fra le ruote, ma anche questo rischio è in gran parte scomparso”, osserva Maarten-Jan Bakkum, senior strategist emerging markets di NN Investment Partners. “Chiaramente ci sono alcune considerazioni da fare, per esempio relativamente al sentiment nella Turchia di Erdogan o all’aumento del rischio di rallentamento delle politiche del governo in Sudafrica, ma questi problemi non varcano i confini dei rispettivi stati, e di per sé non sono sintomatici di una tendenza più ampia che riguarda tutti gli emergenti”.

 Ci sono tre chiare differenze tra le circostanze attuali e quelle che hanno caratterizzato il periodo compreso fra il 2010 e il 2015, quando la volatilità nei mercati emergenti era alta e i prezzi per la maggior parte erano scesi. Primo: la Cina. “Per la maggior parte di questi paesi, infatti, la Cina è il principale partner commerciale e l’impatto della sua domanda sui prezzi delle commodity è particolarmente rilevante in questo contesto. Quando il renminbi ha cominciato a indebolirsi nel 2015 e gli investitori hanno iniziato a preoccuparsi della sostenibilità del modello di crescita cinese trainato dall’indebitamento, la pressione sugli emergenti è aumentata drammaticamente. Ora però la Cina sembra rappresentare un rischio minore. Questo rischio potrebbe essere ridotto ulteriormente se le autorità continueranno le loro recenti politiche di forte regolazione dei prestiti da parte delle shadow-bank”.

La seconda differenza è lo slancio delle riforme nel mondo emergente. Non stiamo improvvisamente assistendo a un’ondata di riforme significative in molti paesi, ma al momento le condizioni sono migliori rispetto agli anni dopo il 2010, quando vi era un chiaro trend negativo verso politiche economiche interventiste con deficit di bilancio in rapida crescita.

“Al momento uno dei pochi paesi in cui rileviamo segni di peggioramento è la Turchia. Almeno cinque paesi (Argentina, Brasile, Egitto e Indonesia) stanno attualmente perseguendo un potenziale percorso di riforme. Di conseguenza, gli squilibri si stanno riducendo e le prospettive di crescita sono in miglioramento: non solo in questi cinque paesi, ma anche nel mondo degli emergenti nel suo complesso”.

La terza e più tangibile differenza è il miglioramento dello slancio della crescita. La crescita economica negli emergenti è ancora bassa (4,5%) rispetto a quella degli anni d’oro che hanno preceduto la crisi Lehman, ma le cifre sono andate migliorando per oltre un anno. “A patto che questo trend continui – cosa piuttosto probabile considerato l’aumento della crescita del commercio globale e il miglioramento negli afflussi di capitale – è probabile che tutto rimanga relativamente tranquillo nel mondo degli emergenti”, conclude l’esperto di NN Investment Partners.

 

USA

Indice: S&P 500 TR

Rendimento a tre anni (30/4/2014 – 30/4/2017): 71,6%

Stati Uniti, il toro continua la sua carica. Quanto durerà?

E veniamo al mercato azionario più redditizio da tre anni a questa parte: quello americano. “I piani di Donald Trump pro-crescita hanno realmente aumentato la fiducia sui mercati, e questo è stato uno dei fattori dietro la forte crescita e sovraperformance dell’azionario Usa”, osserva Keith Wade, capo economista e strategist di Schroders.

Tuttavia, persino nei mercati statunitensi ci sono diversi dubbi sull’effettiva tenuta del trade reflazionistico. “La politica fiscale potrebbe non essere così di supporto come gli investitori speravano”, spiega Wade. “Donald Trump sta incontrando degli ostacoli nel far passare alcune delle sue decisioni in Congresso. Ciò potrebbe effettivamente rallentare il trade reflazionistico andando avanti”.

In effetti, già nelle ultime settimane gestori come Toby Nangle, responsabile multi asset EMEA e Maya Bhandari, gestore di portafoglio multi asset di Columbia Threadneedle Investments, hanno cominciato a prezzare un arretramento del mercato azionario Usa.

“Abbiamo mantenuto un posizionamento neutrale sull'azionario Usa fino alle elezioni presidenziali e durante il successivo rally. Tale rimonta è stata in gran parte alimentata dalle proposte legislative accolte favorevolmente dai mercati, e in particolare dalla promessa del presidente Trump di ridurre l'aliquota d'imposta sui redditi da impresa. All'inizio di marzo, il mercato aveva già guadagnato il 15,5%, benché nessuna delle leggi di Trump fosse ancora stata attuata, ed è ora più probabile che le eventuali politiche ‘buone’ del Presidente vengano posticipate al 2018, o che non vengano implementate affatto”, osservano i gestori.

Nangle e Bandhari mettono in guardia i risparmiatori da facili entusiasmi: “Gli investitori hanno chiaramente deciso di tralasciare gli eventuali effetti negativi delle proposte legislative di Trump; riteniamo quindi che l'S&P si sia spinto oltre i livelli giustificati dalla solidità dei fondamentali e dei dati economici e che il suo vigore sia pertanto sopravvalutato. Crediamo altresì che le azioni statunitensi presentino valutazioni eque, con l'S&P che scambia a 22 volte gli utili passati, ossia la fascia superiore del suo premio storico rispetto all'MSCI ACWI.

“Negli ultimi anni, la maggior parte dei rendimenti è stata frutto della rivalutazione, e non siamo sicuri che ciò possa continuare, soprattutto ora che la Fed intraprende una politica restrittiva aumentando ulteriormente i tassi d'interesse. I mercati azionari sono inoltre soggetti ai rischi insiti nell'inasprimento delle politiche monetarie e nella mancanza degli stimoli fiscali previsti, la cui combinazione avrebbe effetti verosimilmente negativi.

“Prendendo in considerazione questi fattori, a inizio marzo abbiamo deciso di retrocedere l'azionario Usa da neutrale a negativo nel posizionamento del portafoglio Threadneedle (LUX) Global Asset Allocation Fund, riducendo l’allocazione nei titoli nordamericani dal 6,5% al 5,9% del Nav.

Di diverso parere ETHENEA; secondo Yves Longchamp, capo della ricerca della casa di investimento lussemburghese le azioni Usa saliranno ancora.

“I dati economici uniti all’analisi storica dei cicli offrono evidenza che l’economia americana si trova in una fase avanzata del ciclo economico, ma non ancora in quella conclusiva. Di conseguenza, la prossima recessione non si verificherà prima del 2019 e, nel frattempo, i tassi a breve termine e le quotazioni azionarie dovrebbero salire ulteriormente”, analizza Longchamp.

Non esiste un ciclo economico tipo, tuttavia nel corso del tempo si possono osservare alcune regolarità. “Storicamente, l’espansione economica rallenta soltanto negli ultimi 12 mesi prima dell’inizio di una recessione. In questo stesso arco di tempo, il tasso di disoccupazione si stabilizza, mentre la creazione di nuovi posti di lavoro subisce una brusca frenata. L’inflazione, infine, tende ad accelerare nella fase avanzata del ciclo economico”, osserva Longchamp.

“Al momento, i dati finanziari non offrono molto supporto a uno scenario di fase avanzata del ciclo economico, giacché l’inclinazione della curva dei rendimenti è chiaramente positiva, anche se si sta appiattendo, e il P/E continua a salire grazie al rialzo delle quotazioni e alla scarsa crescita degli utili”. Infine, in merito al ciclo di inasprimento dei tassi intrapreso dalla Fed, l’esperto afferma: “riteniamo improbabile che i rialzi dei tassi da parte della Fed possano innescare una correzione dei mercati azionari”

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