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Uno sguardo ai mercati - Azionario a due facce

Uno sguardo ai mercati - Azionario a due facce

AZIONARIO GLOBALE: Ancora ottimismo
Dopo i primi due quadrimestri dell’anno, l’azionario globale ottiene un doppio giudizio. Positivo, guardando alle performance in dollari (ovvero nella valuta di riferimento dei mercati azionari internazionali): il paniere dell’equity mondiale segna un rialzo intorno al +7%, risultato decisamente interessante, anche perché ottenuto con livelli di volatilità molto contenuta. Insufficiente, invece, guardando ai risultati con la prospettiva dell’investitore dell’area euro: l’indice sull’azionario globale, in euro, sconta infatti la ritrovata forza della moneta unica – passata da una quasi parità a inizio anno fino a sfiorare la soglia di 1,2 dollari per 1 euro – registrando una performance sostanzialmente azzerata.

Tuttavia, le prospettive rimangono positive: “Negli ultimi 20 anni si sono verificati quattro episodi di contrazione negli utili annuali delle società quotate globali rispetto all’anno precedente”, spiega Mark Haefele, Global Chief Investment Officer di Ubs Wealth Management. “La causa è sempre stata una combinazione di fattori quali un pesante rallentamento della crescita economica, un forte apprezzamento del dollaro statunitense e una variazione improvvisa dei prezzi delle materie prime. Dato che il dollaro è già sopravvalutato e molte materie prime combattono contro l’eccesso di offerta, questi due fattori non dovrebbero causare una flessione degli utili. Inoltre, in questo momento un rallentamento della crescita dei Paesi sviluppati appare meno probabile: la bassa inflazione indica che le economie avanzate non vanno incontro a un surriscaldamento e l’eurozona in particolare registra ancora un’elevata manodopera disponibile”.

La volatilità continua a essere molto bassa nonostante la politica restrittiva della Fed. Anche se la liquidità è ampia e ciò, in passato, è stato uno dei principali fattori nel portare i mercati a muoversi nella stessa direzione e limitare la volatilità, la storia insegna che tale trend non è sostenibile nel lungo termine. “Alcune banche centrali come Fed e BoE potrebbero adottare politiche restrittive meno ambiziose, altre invece, come la Bce, potrebbero essere costrette a reintrodurre degli stimoli”, conclude Azad Zangana, senior european economist e strategist di Schroders. “Ciò indica che gli asset rischiosi possono continuare ad avere buone performance, soprattutto se la crescita continuerà senza ostacoli e l’inflazione rimarrà bassa”.

AZIONARIO EUROPEO: Il posto dove essere investiti
Sembra essere iniziata la riscoperta del mercato azionario europeo. La performance da inizio anno è positiva, seppure “mid single digit”, tuttavia quel che conta è che anche le aspettative degli strategist rimangono improntate al sereno.

Le manovre quantitative della Bce di Mario Draghi hanno infatti rivitalizzato e rafforzato l’economia del vecchio continente, finora additato come vero e proprio malato del mondo. Le elezioni svoltesi nei vari Paesi dell’Unione hanno finora premiato le forze favorevoli all’integrazione europea e le incognite che ancora rimangono, a oltre un anno da Brexit, non hanno scalfito troppo questo sentiment. L’Europa quindi sembra “the place to be”: “Siamo moderatamente fiduciosi nei confronti delle azioni europee, a fronte della crescita superiore al trend registrata nella regione e dell’orientamento accomodante della Bce” spiegano da Pimco il Cio Mihir Worah e la managing director Geraldine Sundstrom. “Dati macroeconomici solidi, crescita degli utili di buona qualità, premi al rischio interessanti, slancio dei flussi positivo: il tutto in un contesto di bassi tassi di interesse e fiducia delle imprese elevata”, riassume Jeroen Bos, Head of Equities di NN Investment Partners. “Considerando tutti questi indicatori, l’azionario europeo spicca, anche rispetto a quello americano, per via della crescita degli utili, del ridotto profilo di rischio e delle valutazioni interessanti sia in valore assoluto che relativo. La regione performa meglio di altre a livello globale, trascinata principalmente dall’eurozona”.

Un mercato quindi favorevole, sia per le grandi multinazionali con interessi in tutto il mondo, ma anche per le small e mid cap: “Gli utili delle società a piccola e media capitalizzazione sono aumentati rispetto a quelli delle società più grandi l’anno scorso”, conferma Charlie Anniss, Small- and Mid-Cap Portfolio Manager di Ubp. “Le economie europee stanno godendo di condizioni più favorevoli grazie alla riduzione dei rischi politici; tuttavia, le società a media capitalizzazione sono più esposte al mercato interno dell’eurozona e sono più concentrate su attività cicliche, siano esse industriali o tecnologiche. Hanno inoltre una grande presenza in nicchie di mercato, per cui risentono in maniera meno marcata di potenziali pericoli presenti nell’economia globale e ciò è un fattore che non è sempre riconosciuto correttamente dal mercato”.

AZIONARIO EMERGENTI: Crescita stabile e dividendi in aumento
Il rally che i mercati emergenti hanno inanellato da inizio anno è ormai giunto al termine? Secondo molti strategist no. “Guardando ai mercati emergenti nel complesso, l’inflazione rimane sotto controllo, anche se gli effetti di base collegati ai prezzi delle materie prime sono in gioco nella maggior parte dei Paesi, Cina inclusa”, spiega Hans Bevers, Capo Economista, Degroof Petercam Am. “Esistono differenze significative tra i Paesi, ma nella maggior parte dei mercati emergenti l’inflazione rimane all’interno del corridoio target”.

“Le valutazioni nel complesso restano interessanti rispetto ai mercati sviluppati”, confermano Chris Thomsen e Shaw Wagener, gestori di portafoglio di Capital Group. “Anche gli utili aziendali sono in ripresa e storicamente ciò è un bene per le quotazioni azionarie. Nel complesso, gli utili delle società nei mercati emergenti dovrebbero salire del 21% nel 2017, la massima crescita dal 2010 se raggiunta. Si prevedono ottimi utili dal settore tecnologico, mentre le società domiciliate in India, Cina e Brasile dovrebbero registrare una crescita stabile fino al 2018 dopo diversi anni di discontinuità”. Insomma, anche se i Paesi emergenti sono pur sempre suscettibili a turbolenze o choc globali, “restano per ora favorevolmente posizionati per evidenziare tassi di crescita e rendimenti robusti, anche se, alla luce delle incertezze sulle politiche monetarie non convenzionali, sulla deglobalizzazione e sui rischi di protezionismo, la differenziazione tra i Paesi emergenti sarà più importante che mai”, mettono in guardia il Cio di Pimco Mihir Worah e la managing director Geraldine Sundstrom.

E se finora la percezione degli emergenti era di un azionario su cui puntare per l’apprezzamento in conto capitale e non certo per i dividendi, ora forse la view va corretta. “Dal 2003, i mercati emergenti hanno offerto una crescita dei dividendi media del 7,6% all’anno, superiore ai mercati sviluppati non Usa e paragonabile agli Stati Uniti”, continuano da Capital Group. “Tuttavia, a differenza degli Usa e degli altri mercati sviluppati, i rapporti di distribuzione degli emergenti sono relativamente bassi, pertanto potrebbero offrire altro margine di crescita a fronte dell’aumento degli utili e del miglioramento dei flussi di cassa”.

 

AZIONARIO USA: Profitti ancora in crescita a lungo
Mai come quest’anno le performance degli indici azionari statunitensi appaiono decisamente variegate, anche se tutti hanno aggiornato ripetutamente da inizio anno i propri massimi storici. Se infatti il Dow Jones Industrial Average sfiora il +10% da inizio anno, l’S&P500 si ferma poco sopra il +8%; mentre solo il Nasdaq 100 arriva quasi a un +20% da inizio anno. Tutte performance che un euro investitore vedrebbe poi decurtate di un buon 10% a causa della ritrovata forza della moneta europea (o, di contraltare della debolezza acuta del dollaro Usa), che porta così in rosso i rendimenti 2017 di S&P e Dow Jones. E ora? “La situazione congiunturale è al momento caratterizzata da crescita economica robusta, inflazione bassa ma stabile e ottimi livelli di occupazione”, commenta di Yves Longchamp, Head of Research di Ethenea Independent Investors. “In tale contesto, la Banca centrale ha effettuato il quarto rialzo dell'attuale ciclo di inasprimento monetario, ma, ancora più importante, è stata la decisione di cominciare a ridurre il proprio bilancio nell'ultima parte dell'anno”.

“L’attuale rally azionario non ha i segni caratteristici delle bolle di mercato verificatesi in passato”, aggiunge Moudy el Khodr, Senior Portfolio Manager di NN Investment Partners. “Da inizio 2009, l’S&P 500 ha reso circa il 12,5% su base annualizzata al lordo dei dividendi; è questo un dato che perde di rilevanza se paragonato ai rendimenti registrati negli anni 80 e 90: dall’inizio del 1982 fino al crash del mercato azionario a fine 1987, infatti, l’S&P 500 era cresciuto quasi del 20% su base annualizzata e poi, dal 1995 al 2000, l’indice aveva avuto ritorni annualizzati del 26% prima di crollare di nuovo”.

A favore di questa tesi, gli strategist citano anche il rialzo di molti titoli con una esuberanza contenuta e bassa volatilità. Inoltre, se gli utili societari continuassero a rivelarsi solidi come in questa ultima stagione e il dollaro rimanesse debole, il mercato, guidato dalla crescita degli utili e non solo dall’espansione dei multipli, rimarrebbe in ottima salute. Insomma, se quella attuale è davvero una bolla, sembra essere il messaggio che allora è piuttosto debole se paragonata ai mercati bull del passato. “Il sentiment degli operatori è positivo e dovrebbe pertanto confermare una crescita che prosegue ormai ininterrotta da sette anni, corroborata dalla sensazione che l’economia Usa abbia ingranato la ripresa”, interviene Yann Quelenn, analista di Swissquote.

“Noi invece riteniamo che l’economia a stelle e strisce sia in stallo, se consideriamo che la crescita del Pil sta registrando la seconda peggiore performance degli ultimi 58 anni, penalizzata da una domanda di credito in contrazione, e che le ricevute fiscali sono anch’esse in trend negativo”. Ma anche in questo caso gli investitori potrebbero vedere il bicchiere mezzo pieno. “Letture al ribasso dei nonfarm payrolls (lett. libri paga non agricoli, ovvero i posti di lavoro creati o tolti all’economia statunitense in tutti i settori a esclusione dell’agricoltura, ndr) non farebbero che esercitare ulteriore pressione in vendita sul dollaro, e dall’altro lato fornirebbero carburante per nuovi guadagni dei principali listini americani. Questo perché verrebbero letti come una ulteriore dilazione nell’avvio della politica di rialzi dei tassi annunciata dalla Fed”, conclude l’analista di Swissquote. “Gli indicatori anticipatori degli utili, come i dati sui prestiti bancari, continuano a tracciare un quadro positivo”, interviene però Jeremy Zirin, strategist di Ubs. “Le politiche dell’amministrazione Trump potrebbero imprimere ulteriore slancio agli utili grazie ai tagli delle tasse, alla spesa per infrastrutture, alla deregulation e a un irripidimento della curva dei rendimenti, che avvantaggia le banche. Tuttavia, restano da definire numerosi dettagli e non ci aspettiamo che la riforma fiscale venga varata prima dell’ultimo trimestre dell’anno. Sullo sfondo di queste iniziative, gli utili potrebbero registrare una crescita complessiva del 5–15% nei prossimi anni, principalmente grazie alla riforma dell’imposta sulle imprese”.

Insomma, i timori di una contrazione a breve termine dei margini di profitto sembrano eccessivi. “I margini non sono più alti del consueto, a eccezione del settore tecnologico. Inoltre, in genere diminuiscono solo quando l’economia entra in recessione. Infine, è improbabile che il recente recupero delle retribuzioni eroda la redditività, poiché il costo del lavoro non presenta un’elevata correlazione con i margini di utile”, taglia corto Zirin.

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