Tax & Legal - L'elemosina islamica manda in tilt l'antiriciclaggio - Citywire

Citywire - Per Investitori Professionali

Registrati per ottenere accesso illimitato al dabase di gestori di Citywire. La registrazione è gratuita e richiede solo un minuto.

Tax & Legal - L'elemosina islamica manda in tilt l'antiriciclaggio

Tax & Legal - L'elemosina islamica manda in tilt l'antiriciclaggio

L’attuale sistema di prevenzione antiriciclaggio di contrasto al finanziamento al terrorismo internazionale di matrice islamica è “un fallimento”. È questa la dura e impietosa conclusione alla quale è giunto un rapporto riservato del Nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza risalente al febbraio scorso e reso pubblico solo in questi giorni da diversi organi di stampa.

La Guardia di Finanza mette in evidenza il fatto che su milioni di transazioni finanziarie passate al vaglio negli ultimi tre anni e mezzo solo 1300 sono state oggetto di segnalazione e nessuna di queste, alla fine, “ha portato alla scoperta di fatti di terrorismo o di finanziamento del terrorismo”.

La stipula di convenzioni internazionali, l’emanazione di provvedimenti normativi e la costante opera di monitoraggio da parte di istituzioni finanziarie e delle forze armate sembrano quindi essere riusciti a produrre dei risultati pari a zero almeno a giudicare dal documento delle Fiamme Gialle. Come è possibile? Il rapporto spiega che l’attività antiriciclaggio “intercetta i soli flussi di denaro che passano attraverso gli intermediari bancari e i money transfer” e che la vigilanza scatta solo in presenza di indicatori che “non sono da intendersi né esaustivi né tassativi”.

Qual è secondo la Guardia di Finanza il cavallo di Troia del sistema? La zakat, l’imposta a base caritatevole sulla cui base gli istituti bancari che applicano la Shari’a “deducono una somma pari al 2,5% del patrimonio personale e la versano a organizzazioni filantropiche islamiche”. Nel rapporto si legge che “le somme destinate alla zakat non vengono registrate in bilancio e quindi restano irrintracciabili”.

Ma può un’elemosina essere in grado di mettere in crisi l’intero sistema antiriciclaggio? Di cosa si tratta? Il termine arabo “zaka” che può essere tradotto con il termine di “purificazione” costituisce la contribuzione dovuta dalle persone fisiche e giuridiche musulmane sugli utili prodotti da un’attività economica nel giro di un anno e che deve essere destinata a scopi caritatevoli. La zakat, che è uno dei cosiddetti “cinque pilastri dell’Islam”, si applica su una base imponibile costituita da beni non produttivi, da metalli preziosi quali oro e argento oppure sugli utili aziendali o derivanti da ricchezze finanziarie. A seconda del bene oggetto di tassazione l’aliquota va da un minimo del 2,5 al 10%. Destinatari delle somme raccolte sono le fondazioni pie o le associazioni no-profit islamiche presenti in tutto il mondo per un giro di miliardi di dollari.

Spesso viene identificata come una imposta, ma in realtà è un obbligo religioso dell’Islam che, dal punto di vista economico,  ha una visione “sociale” secondo la quale i beni della terra devono essere messi a disposizione della crescita dell’umanità evitando che la ricchezza si concentri in poche mani. Da qui la sua destinazione verso istituzioni che hanno come fine la lotta alla povertà o i bisogni dell’umma, la comunità dei musulmani. Per alcuni autori è uno strumento di welfare, teso alla redistribuzione economica. Nei paesi islamici dove la zakat non è obbligatoria può essere devoluta volontariamente tramite un versamento diretto all’istituzione caritatevole o presso una banca islamica.

Se la finalità della zakat è quindi positiva  il problema è vedere a chi sono effettivamente destinate le somme raccolte in quanto da strumento “caritatevole” può trasformarsi in un efficiente strumento di finanziamento alle organizzazioni terroristiche.

Il sospetto che la zakat costituisca un canale di finanziamento al terrorismo di matrice islamica non è nemmeno una novità.  Si dice che grazie all’elemosina islamica negli anni ’80 Osama Bin Laden durante la guerra in Afghanistan contro l’invasore sovietico sia riuscito ad ottenere finanziamenti per ben tre miliardi di dollari. Inoltre, le misure normative di contrasto al terrorismo prese a livello internazionale dopo gli attentati dell’11 settembre ebbero ad oggetto anche le attività delle organizzazioni caritatevoli musulmane.  

Indubbiamente, le organizzazioni no-profit, data la loro struttura giuridica molto flessibile e soggetta a scarsi controlli, si prestano ad essere utilizzate sia per il finanziamento delle cellule all’interno dei paesi da colpire sia dell’organizzazione di base.  Un canale di finanziamento basato sulla donazione può diventare anche il più moderno “crowdfunding”.

Al  momento, comunque,  tra le principali  fonti di finanziamento al terrorismo islamico non ci sono le donazioni a scopo di carità, ma, al primo posto,  gli utili derivanti dal  narcotraffico  e quindi in posizione subalterna  la vendita di petrolio ed il traffico di  opere d’arte razziate nei territori dai militanti dell’Isis.

---

L'avvocato Fausto Fasciani (in foto), autore dell'articolo, svolge la sua attività in maniera prevalente nell’ambito del diritto del lavoro con particolare riferimento ai rapporti tra gli intermediari e dei promotori finanziari, categoria della quale egli stesso ha fatto parte per lungo tempo operando per primarie reti di collocamento. Esperto di diritto dei mercati finanziari e consulente giuridico di società ed enti, collabora con riviste specialistiche nel settore della formazione dei cf.

   

Scrivi un commento

Effettua il login o registrati per commentare. La registrazione è gratuita e richiede solo pochi minuti.