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Tax & Celebrity - Totò: e io pago...e io pago!

Tax & Celebrity - Totò: e io pago...e io pago!

di Leo De Rosa, fondatore e managing partner dello studio legale e tributario Russo De Rosa Associati

Sono passati quasi settant’anni da quando l’immenso Totò lanciò questo tormentone: “E io pago!” (badiamo bene, ripetuto due volte) è il celebre intercalare dell’avaro barone Antonio Peletti, protagonista della pellicola “47 morto che parla” (1950).

Con questo film, Antonio De Curtis e la sua ineguagliabile mimica portano al successo e consacrano alla storia del cinema la vicenda di un testamento non rispettato, quello del padre dell’avido barone interpretato da Totò: un prezioso tesoro e la precisa volontà che quel tesoro fosse destinato per metà alla costruzione di una scuola e per l’altra metà al nipote Gastone. Nulla insomma per il nostro barone che, impossessatosi del denaro e dei gioielli, non aveva la benché minima intenzione di dare esecuzione alle volontà del suo defunto padre.

Solo rocamboleschi stratagemmi alla fine costrinsero l’avaro Peletti a soccombere ai desiderata paterni: una geniale messinscena teatrale e la sostituzione della cassetta contenente il tesoro permisero al paesello di avere la sua scuola e a Gastone di sposare la sua amata Rosetta.

Ebbene, anche la vita reale conosce storie di testamenti non rispettati, di ultime volontà non esaudite.

Una, per esempio, risale all’anno 19 a.C., quando a Brindisi, in punto di morte, con il suo testamento, il poeta Virgilio lasciò ai suoi amici letterati, Vario e Tucca, un legato avente ad oggetto i suoi scripta rimasti incompiuti, con l’impegno che non fossero mai pubblicati, anzi, che fossero addirittura bruciati.

Inutile dire che Vario e Tucca non rispettarono i voleri testamentari dell’amico e forse, per l’umanità intera, fu un bene: diversamente non sarebbero giunte a noi le epiche gesta di Enea.

Stessa sorte toccò alle opere di Kafka, affidate dall’autore all’amico Max Brod a condizione che le bruciasse. Brod, consapevole del patrimonio letterario che aveva per le mani, si rifiutò di distruggerlo ed anzi riuscì a conservarlo durante il drammatico periodo dell’invasione tedesca e della persecuzione degli ebrei, per consegnare a noi tutti i capolavori di un genio assoluto, indagatore dell’animo dell’uomo contemporaneo.

Tra finzione e realtà, il lieto fine di queste storie non accomuna, però, tutte le vicende ereditarie: le sorti dei testamenti rispettati non sono tutte così fascinose. Quello che accade, in verità, è che un testamento non rispettato rappresenta una vita non rispettata.

Non viviamo, non costruiamo, per poi lasciare che siano solo gli altri a decidere quello che sarà dopo di noi. Il testamento è uno scritto fondamentale, ma alcune volte non è abbastanza: sarà per questo motivo che negli ultimi anni anche in Italia è andato enormemente diffondendosi l’utilizzo del trust come traghettatore delle ultime volontà.

Il trust è uno strumento potente, poliedrico, naturalmente destinato ad incontrare una molteplicità di esigenze e fruibile da tutti: è un progetto, che permette di programmare le proprie volontà e affidarne l’esecuzione a soggetti istituzionali giuridicamente obbligati a farlo sotto la supervisione di persone di fiducia ed in orizzonte temporale di lunghissimo periodo.

Thomas Mann diceva “la morte di un uomo è meno affar suo di chi gli sopravvive”: noi, però, non siamo d’accordo.

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