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Tax & Celebrity: Rita Levi Montalcini, un testamento poco scientifico

Tax & Celebrity: Rita Levi Montalcini, un testamento poco scientifico

di Leo De Rosa, fondatore e managing partner dello studio legale e tributario Russo De Rosa Associati

Una grande donna prima ancora che grande scienziata, Premio Nobel per la Medicina, senatrice a vita, simbolo dell’emancipazione femminile. Rita Levi Montalcini nel 2012 ha concluso, all’età di 103 anni, la sua vita terrena, una vita intera dedicata alla ricerca, a tutti i costi, lottando contro il costume di un’epoca in cui alle donne si riservava solo il ruolo di mogli e madri.

Questo immaginava per lei e per la sua gemella Paola, Adamo Levi, quel padre colto che, però, non voleva che Rita si iscrivesse all’università, prerogativa concessa solo a Gino, l’unico maschio della famiglia.

Alla fine vinse la passione per la scienza e, dopo molte resistenze, Rita riuscì ad iscriversi alla facoltà di Medicina di Torino, diventando presto pupilla del suo mentore, Giuseppe Levi, che la iniziò agli studi sul sistema nervoso. Tutto ebbe inizio da lì, ne nacque una passione incondizionata per la ricerca scientifica e una consapevolezza: Rita scelse per lei una vita in cui non c’era posto per un marito e dei figli. Non poteva essere moglie e madre perché il suo sogno era un altro e tutto il tempo a sua disposizione voleva dedicarlo ai suoi studi e alla sua professione.

Non per questo non costruì intorno a sé una rete di affetti familiari: al contrario, affezionatissima alla sua inseparabile nipote, Piera, figlia del fratello Gino, parla di lei come la sua “erede spirituale”, per il suo desiderio di mantenere vivo il ricordo della famiglia. Un ricordo piuttosto impegnativo, fatto di leggi razziali, di anni di clandestinità per scampare alle deportazioni, e di una cameretta in Corso Re Umberto 10, a Torino,  nella quale una giovane Rita allestì un laboratorio domestico per proseguire le sue ricerche sulla differenziazione dei centri nervosi.

Quella stanzetta è forse il bene più importante di tutto il patrimonio lasciato dalla Levi Montalcini: rimasta così per anni, intatta, con ancora gli alambicchi in un preciso ordine, quella stanza è stata conservata con cura, alla stregua di un museo, proprio dalla nipote Piera... fino a quando, il 30 dicembre 2012, quel che era di Rita, si è trasformato nella sua eredità.

Oggi, quella stanza, quell’appartamento e quell’intero palazzo di cui nel frattempo Rita era diventata proprietaria, sede della Fondazione a lei dedicata, è oggetto di violente liti ereditarie e di veri e propri drammi familiari. Cosa è accaduto?

E’ accaduto che la Montalcini non programmò la sua successione e il suo patrimonio venne ereditato dal fratello Gino e, dopo di lui, dalla cognata Gianna, mamma di Piera e di Emanuele.

E fu Gianna, con il suo testamento, in particolare con l’ambigua formulazione di una clausola a scatenare il disastro. In questo testamento Gianna attribuiva ad Emanuele le quote della società (Zefora Srl), proprietaria dell’intero palazzo di Corso Re Umberto, disponendo, però, che Emanuele lasciasse l’appartamento al secondo piano alla sorella Piera, in comodato d’uso gratuito sua vita natural durante.

Ed invece, in quella casa, si sono presentati l’ufficiale giudiziario e il fabbro: il primo le ha presentato un’ingiunzione esecutiva di sfratto; il secondo le ha cambiato la serratura. Sfratto esercitato dalla società legittima proprietaria (secondo il Tribunale) dell’intero palazzo, tra i cui soci c’è proprio il fratello Emanuele. Forse Gianna di quel bene non poteva validamente disporre perché il bene era intestato alla società, o forse Emanuele in quanto socio, ma non amministratore, non poteva rispettare quell’impegno: insomma, un problema di qualificazione giuridica della formula testamentaria: legato di cosa altrui? Onere impossibile? Giuristi di tutta Italia fatevi avanti! Ma poco conta ormai: un altro pezzo di storia italiana è stato violato per una lite ereditaria. Un altro lieto fine mancato.

E dire che la Montalcini poteva pianificare in assoluta libertà: avendo scelto di non sposarsi, di non avere figli, (in altre parole, non avendo legittimari) poteva destinare tutto il suo patrimonio a chiunque volesse, magari proprio alla sua Piera, per la quale, quando era ancora in vita ebbe a dire “Profondamente commossa dal tuo desiderio di mantenere vivo il ricordo della nostra famiglia, ti considero mia erede spirituale” .

Che dire, se ne fosse stata anche erede materiale, probabilmente, le “carte” e i ricordi di famiglia sarebbero rimasti in ottime mani, le migliori possibili.

Proprio lei, Rita, che nella sua autobiografia scrisse: “nella vita ciò che conta è programmare, per essere sicuri di poter cambiare idea in tempo”.

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