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Tax & Celebrity - Ingvar Kamprad (Ikea): per fare testamento non bastano le istruzioni

Tax & Celebrity - Ingvar Kamprad (Ikea): per fare testamento non bastano le istruzioni

di Leo De Rosa, fondatore e managing partner dello studio legale e tributario Russo De Rosa Associati

Era il lontano 1976 quando Ingvar Kamprad scriveva il suo testamento o meglio come lo intitolò “Il testamento di un commerciante di mobili”.

Si tratta in realtà di uno scritto che, a dispetto del nome, più che un vero testamento rappresenta un concentrato di mantra, un decalogo delle regole e dei principi che hanno ispirato la sua attività e la sua stessa vita: impegno, responsabilità, dedizione, entusiasmo e parsimonia.

Il suo successo e la sua storia di “piccolo fiammiferaio” svedese che lascia la fattoria di famiglia a 17 anni per fondare I.K.E.A. (iniziando a commerciare matite!) gli hanno dato ragione.

Ebbene proprio il mese scorso mese il Signor Ikea si è spento a 91 anni al termine di una vita sempre vissuta all’insegna della sobrietà e del risparmio nonostante un patrimonio personale stimato in diverse decine di miliardi di euro.

Una figura molto discussa la sua, un personaggio ambivalente, osannato e contestato.

Ex militante in movimento filonazista del dopoguerra, padre rigido e autoritario, ma soprattutto, amante della semplicità e, nello stesso tempo, architetto di una struttura societaria nebulosa e inaccessibile.

Tutto di Ikea ci riporta alla Svezia: dai colori blu e giallo, ai nomi dei mobili, alle specialità gastronomiche vendute nei negozi: ma oggi di svedese, a onor del vero, non c’è più nulla.

Già a partire dagli anni ’80, infatti, il gruppo costituiva un coacervo di società e fondazioni di diritto olandese e lussemburghese fino ad arrivare in Liechtenstein e nelle Antille olandesi.

La ragione con cui egli motivò questa scelta fu proprio il passaggio generazionale.

Il pensiero, infatti, che la sua Ikea (acronimo delle sue iniziali, I, K e delle iniziali della fattoria paterna Elmtaryd e del suo paese natio Agunnaryd) potesse disgregarsi a causa di dispute ereditarie non era per lui accettabile.

Di qui la scelta della fondazione che, mettendo al centro la continuità imprenditoriale con una trasmissione della proprietà non necessariamente familiare, riservò ai figli “soltanto” cariche ben remunerate  nei diversi boards della catena (i tre figli maschi) e denaro (Annika, la figlia adottiva).

La fondazione come strumento del passaggio generazionale “oltre le generazioni”; quasi profetico Ingvar quando nel ’76, al capitolo 9 del suo “testamento” scriveva: “Il lato meraviglioso del nostro destino è che siamo solo all’inizio”.

Voleva che la sua Ikea venisse consacrata al tempo, un tempo a cui non ha voluto dare misura.

Una successione perfetta la sua e senza seguire istruzioni!

Le istruzioni del suo mobile più riuscito le ha scritte lui stesso: non conosciamo il contenuto degli statuti delle fondazioni che controllano il colosso commerciale, ma certamente il Signor Ikea, al pari di suoi illustri colleghi imprenditori, avrà saputo sapientemente combinare aneliti di filantropia con le esigenze tipiche della pianificazione successoria in ambito familiare; cassaforte sicura per la sua Ikea e sicurezza economica dei suoi figli.

Perché la fondazione, dunque? La risposta è semplice: perché permette di realizzare progetti di utilità pubblica e sociale (come “diffondere il progresso dell’architettura e dell’interior design”) ma, contestualmente, assicurare che per il tempo in cui il fondatore di un’azienda non ne sarà più al timone gli assetti di governo possano mantenersi stabili e non in balia di imprevedibili vicende ereditarie e la gestione possa essere rispettosa e coerente con i valori che l’hanno ispirata…sin dal 1943.

 

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