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Seminerio: l'audace piano del ministro Tria, bestia nera dei tossici sovrani da spesa pubblica

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Seminerio: l'audace piano del ministro Tria, bestia nera dei tossici sovrani da spesa pubblica

Davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha tracciato le linee guida del suo programma di politica economica

Ferma restando l’importanza di rilanciare la spesa per investimenti pubblici, il ministro ha suggerito un intervento già proposto in passato da figure che non sono esattamente riconducibili a questa maggioranza: in sintesi, si tratta di congelare in termini nominali la spesa corrente.

Notevole, vero? Sembra di sentir parlare Carlo Cottarelli o Mario Monti. Non sarà affatto semplice, però, col rinnovo di contratto di tre milioni di dipendenti pubblici a dicembre e le pressioni al rialzo della spesa sanitaria, legate all’invecchiamento della popolazione ed ai nuovi farmaci. E non si tratta di spending review in senso stretto, soprattutto. Almeno, non direttamente.

Obiettivo di Tria è quello di liberare risorse per spingere la spesa pubblica in conto capitale e creare una sorta di puntello endogeno alla domanda interna. I dati sono drammatici: negli ultimi dieci anni, la spesa in conto capitale delle amministrazioni pubbliche centrali è calata del 37%, quella degli enti locali si è dimezzata. Serve anche ricordare che il governo Renzi chiese alla Ue la clausola degli investimenti e la sprecò malamente, tra un bonus e l’altro di spesa corrente.

Naturalmente, qui partiamo dalla premessa che la spesa pubblica per investimenti abbia una qualche efficacia, sia deliberata mediante analisi costi-benefici e strettamente monitorata nell’esecuzione. Quasi un mondo platonico.

Tra gli altri punti fermi, Tria ha detto di attendersi un rallentamento rispetto alle stime attuali di Pil per fine anno, e di non voler generare un peggioramento del rapporto strutturale deficit-Pil, quello corretto per il ciclo economico. Considerando che per il 2019 quel rapporto dovrebbe scendere allo 0,4% e che per il 2018 è previsto all’1%, la flessibilità massima cercata da Tria è dell’ordine di circa 10 miliardi di euro, evitando misure pro-cicliche in fase di eventuale rallentamento.

Se poi riuscisse a recuperare altri 10 miliardi dal blocco della spesa pubblica nominale, saremmo a 20 miliardi, necessari a coprire il disinnesco delle clausole di salvaguardia e le spese indifferibili. Il resto potrebbe venire (in quello che ormai è un topos ricorrente) da sforbiciate sulle tax expenditures.

Secondo quanto identificato dalla Commissione Maré nel 2017, le agevolazioni fiscali sono pari a 466 misure, per un impatto erosivo di 54 miliardi nel 2018. Se si tagliassero per un 10%, si libererebbero 5 miliardi. Che sono ben pochi ma dovrebbero essere destinati al primo modulo di eventuale revisione delle aliquote Irpef.

Vero che i legastellati insistono con questa demenziale “flat tax multi aliquota”; lo stesso Luigi Di Maio, che quando c’è da fare sfoggio di crassa ignoranza non si tira mai indietro, ha detto che vuole una flat tax che serva ad “aiutare le fasce più deboli” (ed immagino voglia anche l’acqua asciutta ed il ghiaccio bollente, immagino), quindi alla fine si potrebbe pensare di rimodulare le aliquote esistenti; tanto gli italiani ed i loro connazionali giornalisti sono a maggioranza sufficientemente rincoglioniti da comprarsi il concetto di flat tax a più aliquote, e vissero tutti felici e contenti.

Manca il reddito di cittadinanza, per dare da mangiare a tutti i tempi determinati a cui non verrà rinnovato il contratto e che scivoleranno nel nero ma poco alla volta si arriverà anche a quello, abbiate fede e non fretta.

A parte ciò, che il Signore o chi per esso protegga Giovanni Tria, nostro ultimo baluardo prima di un devastante attacco speculativo all’Italia sovrana.

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dal blog Phastidio.net di Mario Seminerio (clicca qui per l'articolo originale)

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