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Seminerio: La public company da bere

Seminerio: La public company da bere

In questi giorni il ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, è fieramente impegnato a battagliare su Twitter con tutti quelli che esprimono scetticismo per l’ingresso di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale di Tim (già Telecom Italia). Quello che sin qui sappiamo, è che non si tratta di una battaglia a difesa dell’italianità; come molto opportunamente ha twittato il ministro “ma perché, gli italiani la Telecom l’avevano gestita meglio?”. Non ci piove. 

E quindi, di che parliamo? L’ipotesi di arrivo resta quella di scorporare la rete, trasformarla in società e mandarla a nozze con Open Fiber, la creatura Enel e CDP fortemente voluta da Matteo Renzi per spingere la banda ultralarga nelle zone del paese a cosiddetto fallimento di mercato, vero e presunto. In pratica, questa operazione rappresenta il volano pubblico, o ispirato dal pubblico, per guidare lo sviluppo digitale del paese, quindi dovrebbe piacere a tutti i tifosi della “dottrina Mazzucato” ed in particolare ai grillini, che si sono ormai messi in testa di mettere le mani sulla Cassa Depositi e Prestiti e farne carne di porco, come si dice.

Il ministro Calenda vede una società-rete come una forma di public company, rievocando antiche leggende metropolitane e creature societarie mitologiche degli anni Ottanta. Per ora, la CDP ha deciso di cacciar fuori 800 milioni di euro per assicurarsi il 5% di Tim. Pare quindi che il golden powerpubblico non serva più, nel senso che ora pare serva avere il piede e i soldi nella società coinvolta nel riordino. Solo il tempo dirà se le cose stanno in questi termini, ma già oggi sentire e leggere di “public company” suscita (almeno in me) un misto di tenerezza e irritazione. Ma il punto non è questo.

Il punto è che, a lustri di distanza dalla cosiddetta privatizzazione di Telecom Italia, ancora non c’è un assetto ed un progetto stabile per l’azienda, e questa è una cosa piuttosto indecente ma soprattutto molto italiana. Per ora, il governo italiano in carica per il disbrigo degli affari correnti e le due forze uscite sedicenti vincitrici dalle elezioni hanno deciso che serve allearsi con l’investitore attivista Elliott, che in altri tempi si sarebbe definito “locusta” ma che oggi invece è il taxi che porta al grande ritorno “a leva” dello Stato negli affari di una peculiare azienda privata, per buttare fuori Vivendi, il cattivone che non è riuscito a creare valore per pubblico e privato.

Che poi, visto che ai taxi la corsa va pagata, è assai probabile che lo Stato e la CDP dovranno pagare a Elliott la monetizzazione del valore così creato, e pagare a carissimo prezzo, per evitare che arrivino altre locuste e che il 5% di CDP serva a tappezzare il bagno. A proposito, ministro Calenda: ma lei è proprio sicuro che Elliott, che è azionista a termine, accetterà un pesante calmiere alla propria plusvalenza in uscita, come sarebbe quello prodotto da una clausola statutaria che fornisce alla quota di CDP potere di veto sulla società-rete?

Ma è giusto, almeno per quanto mi riguarda, dire che questa non è la storia di statalisti contrapposti a liberisti, con una lunga serie di b. Questo è altro. E, come spesso mi accade, la lettura del mio pensiero me l’ha data oggi Giorgio Meletti in un suo commento sul Fatto (c’è del buono anche sul Fatto, in questi tempi, non tutto è immolato sull’altare di una forsennata propaganda grillina, come si nota).

Scrive Giorgio: "I liberisti inorridiscono per l’intromissione politica che viola le sacre regole. Se ne potrebbe discutere con profitto se le vestali del mercato fossero più credibili. Per esempio se avessero manifestato lo stesso orrore per gli accordi di cartello con cui Telecom Italia e i suoi pseudo concorrenti spolpano i clienti per potersi far spolpare dai furbisti di controllo. Il solito gioco degli equivoci interessati. Italiani contro stranieri? Pubblico contro privato? Macché".

Mi ci ritrovo, lo ammetto. Tutta la storia di Telecom-Tim è una storia di ricerca di rendite di posizione travolte di volta in volta dall’innovazione tecnologica e dagli investimenti richiesti a chi pensava di aver scalato una placida mucca da mungere. Poi, all’apparire sulla scena dello Straniero con spalle larghe e tasche profonde, ecco scattare il riflesso patriottico difensivo, che altro non è che il timore di politica e capitalisti italici di vedersi escludere da un lucroso business e da quella che resta una utility, cioè un gigantesco flusso di cassa in entrata, sia pure intervallato da altrettanto corposi flussi di cassa in uscita. Quelli che di solito mandano a pallino i piani ben riusciti per cui i “privati” vanno pazzi.

La trovata della public company casca a fagiolo sull’azione di “sblocco di valore” attuata da Elliott, a sua volta verosimilmente ispirata da qualche indigeno di sistema interessato a rimettersi in gioco sul grande palcoscenico nazionale. Non bastava il Golden Power, ribadiamolo. E se si arrivasse ad una fusione tra Open Fiber e la rete ex Tim, in cui pubblico e privati non concordassero su strategia ed investimenti? E se non vi fossero soldi per fare gli investimenti necessari, se non a caro prezzo per remunerare il capitale di rischio?

Ciò potrà produrre una bella paralisi, di quelle che solo le public company stringenti e le altre creature mitologiche instabili, le joint venture paritarie, tendono a causare. Ma di quello parleremo quando accadrà. Ancora Meletti:

«C’è solo un sistema politico balbettante e incapace di fronteggiare gli interessi privati. Lo dimostra l’inspiegabile decisione della Cassa Depositi e Prestiti (strana creatura pubblica o privata a giorni alterni) di spendere 800 milioni del risparmio postale per comprare il 5 per cento di Telecom. Nessuno è in grado di spiegarla. A vent’anni dalla privatizzazione si ricompra ciò che si vendette in fretta e a prezzo di saldo. Se abbiamo deciso che vent’anni fa Romano Prodi e Carlo Azeglio Ciampi hanno fatto una fesseria, bene. Allora si proponga di rinazionalizzare Telecom. Sennò a che cosa serve il 5 per cento? A imitare con soldi pubblici il vecchio giochino opaco dei cosiddetti salotti buoni in cui le azioni (Enrico Cuccia docuit) non si contavano ma si pesavano, per comandare con i soldi degli altri? Non possiamo neppure pensar male perché si fa peccato»

Assai probabile che Prodi e Ciampi abbiano fatto una grossa fesseria, vent’anni fa. E magari non guasta ricordare che, nell’intendimento originario, anche quella “privatizzazione” doveva essere una public company. L’unica cosa che viene da dire è che avremo un centauro instabile e paralizzato o subottimizzato, come ultimo colpo di coda della politica in crisi fiscale, costretta a comprarsi un costoso chip per restare in partita. O credere di poterlo fare. La politica parla di “fallimento del mercato” quando viene tagliata fuori dalla possibilità di sedersi a tavola, di solito.

Lasciamo quindi che Calenda creda di star davvero contribuendo a creare una public company. Assai probabile che sia in buona fede e stia cercando di pilotare lo zeitgeist, o almeno di non far disarcionare da esso lui ed il suo nuovo partito. Ancora una volta, la realtà spiegherà come funziona. Sperando che nel frattempo la “Sindrome di Mazzucato” non abbia portato a distruggere la Cassa Depositi e Prestiti, e con essa il paese.

Per ora prendiamo atto che la nostra politica è ritardata di alcuni decenni anche sulla terminologia che esplica la funzione prevalente di foglia di fico. Siamo in pieno revival, del resto. Tra cinque anni la politica parlerà di unicorni per nazionalizzare una catena di lavanderie a gettone minacciate di chiusura.

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dal blog di Mario Seminerio (qui il link all'articolo originale)
 

 

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Salvatore Gaziano, prima di essere un consulente indipendente, è un innovatore. Nella sua “vita precedente” è stato un giornalista che ha lavorato per importanti testate finanziarie (che oggi non ci sono più) proprio negli anni del boom dei mercati.

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