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Sdr18 - Le risposte degli operatori alle regole di product governance

Sdr18 - Le risposte degli operatori alle regole di product governance

Dieci anni fa il rapporto della Banca d’Italia, già, affrontava il tema del rapporto tra produttori e distributori, all’epoca, più orientato sui secondi avendo i primi un ruolo subordinato.

Cosa è cambiato da allora nel processo distributivo?  Luca Zeloni, di Banca d’Italia, individua tre fattori chiave. La ripresa del sistema bancario che ha iniziato a rivedere le proprie strategie, puntando molto sul risparmio, l’entrata in vigore della Mifid II, e l’innovazione tecnologica, quella destinata ad avere un impatto più dirompente sul lato della distribuzione.

Sicuramente il quadro normativo ha avuto la sua evoluzione osserva Tiziana Togna, di Consob, dalle nuove regole PRIIPs, alla Mifid II, alla direttiva sulla distribuzione assicurativa IDD anch’essa allineata ai principi della seconda. E in questo nuovo contesto i profili della product governance assumono un ruolo centrale.

Rispetto al rapporto di Banca d’Italia del 2008   il ruolo del produttore non è più marginale in quanto  non può più costruire il prodotto senza curarsi dei bisogni del cliente.  Ha l’obbligo di definire il target market al quale il prodotto è destinato nonché la strategia distributiva ossia il servizio che è più adatto a quel prodotto.  Non solo. Il produttore deve anche assicurarsi che il prodotto sia distribuito a coloro per i quali è stato originariamente pensato mantenendo un adeguato flusso informativo  con il distributore.

Altro aspetto importante è la revisione periodica. Il produttore non può dimenticarsi della vita di quel prodotto, deve continuare a monitorarlo nella fase di distribuzione  per eventualmente rivedere il suo target market di riferimento.

Restano immuni dalla normativa i gestori di fondi  UCITS e alternative che agiscono esclusivamente in qualità di ingenerizzatori e non anche di prestatori di servizi di investimento.

Dal lato del distributore si richiede, in primis, una piena comprensione del prodotto che non è un aspetto così banale come può apparire. Consob a riguardo ha previsto, infatti, che qualora un nuovo prodotto entri nella casa di distribuzione ci sia una formazione specifica degli addetti al contatto con la clientela.

Al distributore, se ovviamente non coincidente con il produttore, spetterà formare il suo target market effettivo grazie al contatto diretto con il cliente, verificare se è coerente con la sua concreta mappatura e definire una strategia distributiva

Quanto alla disclosure sui costi, pur non essendo un obbligo che grava direttamente sul produttore, questo ha l’obbligo di trasmettere tutte le informazioni sui costi e oneri connessi ai prodotti   per consentire al distributore di adempiere ai suoi obblighi. Con riferimento ai costi che non siano inclusi nel Kid, Ucits, il distributore dovrà calcolarli per esempio coordinandosi con i gestori di Ucits al fine di ottenere le informazioni rilevanti.  

E’ chiaro che il flusso informativo è un aspetto fondamentale, la cui portata operativa è stata recepita dai produttori nello strumento dell’ETM. Questo consente di trasmettere un flusso standard di dati dal produttore al distributore e relativo al target market del prodotto e ai suoi costi. Ad oggi non esiste ancora uno strumento equivalente per il flusso di ritorno dal distributore al produttore sull’esperienza del target market inclusi i casi di deviazione.

I lavori restano comunque in corso -conclude Togni- e diversi sono ancora i temi aperti tra i quali  capire come il format template potrà essere compatibile con realtà diverse, con quale tempestica dovrà essere dato il flusso informativo e  quale sarà il contenuto dell’accordo di distribuzione.

Aggiunge Bedogni il ruolo del consulente esce rafforzato anche in tema di product governance che riconosce al distributore la capacità di discostarsi dalle scelte del produttore con uno spazio autonomo di manovra.  Questo gli consente  di raccomandare o distribuire il prodotto al di fuori del target market identificato dal produttore e, in casi eccezionali, anche nell’ambito del target market negativo.

In tale ambito un particolare rilievo assume l’approccio di portafoglio che consente la raccomandazione di un prodotto al di fuori del target market a condizione che questo sia giustificato da finalità di diversificazione e risulti soddisfatto il requisito di adeguatezza rispetto al profilo di rischio del cliente.

Il rafforzamento del ruolo della consulenza è, quindi,  protagonista nell’evoluzione di questi ultimi anni.  Neppure l’innovazione tecnologica che consente di offrire servizi di investimento con interventi umani marginali può minarlo. Ad oggi conclude Bedogni il consulente è capace di offrire un servizio di misura sartoriale che il fintech non consente ancora.

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