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Nicola Mastropietro, consulenza fee-only all'attacco della rete

Nicola Mastropietro, consulenza fee-only all'attacco della rete

“Il tennis è uno sport solitario. Non c’è un posto dove nascondersi quando le cose vanno male. Niente panchina. Niente bordo campo, nessun angolo neutrale. Ci sei solo tu, nudo”. Quando il grande campione Andre Agassi ha detto questa frase sicuramente non pensava che qualcuno un giorno l’avrebbe usata per descrivere il mercato, o meglio, il mestiere dell’investitore. Che più o meno è questo per Nicola Argeo Mastropietro, che si definisce «manager on request» ed è un consulente indipendente che ha scelto di fare il solista nel 1999, “quando a Brescia c’ero solo io a correre da solo, senza alcun cappello bancario”, dice a Consulenza Evoluta. Non a caso, ama il tennis profondamente e gioca diversi tornei nel circuito amatoriale della Federazione italiana. “Un modo per scaricare lo stress e liberare la mente - continua - ma anche l’occasione di conoscere tanta gente nuova di ogni età, al di là della solitudine dell’evento atletico”.

 

Il tennis resta una potente metafora della scelta di vita di Mastropietro che del pensiero out of the box ha fatto la sua cifra stilistica. “Nel ‘99 ero coordinatore per Brescia di Abn Amro Italia, che era appena diventata Intesa AM ed era uscita la legge Draghi che consentiva di fare consulenza indipendente come libero professionista. Non aspettavo altro: nel momento in cui è stata approvata la legge mi sono lanciato; dalle dimissioni alla carriera di indipendente è stato un balzo senza soluzioni di continuità”. Le motivazioni della scelta sono tutt’altro che sottaciute. “C’erano molte pressioni per vendere i prodotti della casa - continua Mastropietro - e l’obiettivo era fare cassa più che soddisfare le esigenze del cliente. La consulenza, invece, per sua stessa definizione deve essere libera e consentire di spaziare senza vincoli; sparisce la tentazione di vendere i prodotti su cui guadagni e di tenere da parte quelli per cui le commissioni retrocesse sono basse o nulle. Ti paga il cliente, e l’unico vincolo è la sua soddisfazione”.

 

E che esista questo conflitto di interessi è un fatto noto e certificato a cui però non viene posto rimedio. Anzi, viene in qualche modo tollerato nel silenzio generale. “Molti consulenti lavorano per società e lavorano a provvigioni - commenta Mastropietro - si sta adesso cercando di cambiare qualcosa, di dare una fee, una sorta di parcella. Ma nella sostanza, chi è legato alla società viene pagato dalla società stessa e quindi deve vendere prodotti che appartengono alla società o che sono frutto di accordi con la stessa”. A contribuire a questa malsana abitudine anche la questione dell’Albo: richiesto a gran voce, sancito per legge con la Finanziaria 2015 e ancora istituito solo parzialmente, rappresenta una grossa spina nel fianco per il sistema.

 

Le parole sono importanti

 

“Il sistema finanziario e le banche non hanno mai voluto la consulenza indipendente - dice Mastropietro – ora si prova a snaturarlo e intanto la consulenza non è più indipendente ma autonoma, per rendere il concetto più blando. Sa cosa? Io continuo a definirmi indipendente”. Già, perché le parole sono importanti. E il consulente ci tiene a sottolineare che l’indipendenza consiste nel fatto di essere slegati da qualsiasi fabbrica prodotto. “I promotori, quelli che un tempo si chiamavano così - continua il consulente - chiedono ai clienti di spostare i soldi nella banca presso cui prestano il loro servizio. L’indipendente ha il divieto di prendere soldi, noi diamo consigli e il denaro può stare ovunque, non prendiamo commissioni ma una parcella che ci paga il cliente. La differenza è la stessa che passa tra il commercialista e l’Agenzia delle Entrate: se il contribuente che deve pagare le tasse si rivolge al primo vedrà i suoi interessi tutelati, nel secondo caso non so”.

 

Le parole sono importanti e per questo cambiare la dizione da indipendente ad autonomo può fare la differenza. “Anche perché - Mastropietro lancia strali a tutte le parti in causa - il risparmiatore italiano è il più ignorante in Europa. Al momento è qualcosa di così poco definito, ora che va bene a tutti, che crea confusione tra le figure e credo ci siano buone possibilità che possa partire, ma comunque non prima dell’anno prossimo inoltrato. In ogni caso io credo che il tutto si tradurrà in una serie di costi aggiuntivi e ben poca tutela per i risparmiatori. Un po’ come la MiFID che avrebbe dovuto tutelare il risparmiatore, ma nella sostanza non lo fa”.

 

MiFID, la realtà dietro il mito

 

Strali per tutti e ogni cosa appartenente a quel sistema che sembra mostrare fin troppi scricchiolii a un occhio esperto. Anche la MiFID, il Santo Graal degli strenui difensori del risparmiatore che deve investire in base al suo profilo di rischio/rendimento fa parte del sistema? “La MiFID è un sistema di dati che definendo il profilo di rischio del risparmiatore dovrebbe funzionare come tutela, in realtà io credo sia un modo per le banche per raccogliere informazioni sui clienti, in barba alla privacy - dice Mastropietro - Mi spiego: se su una piattaforma online modifico la mia MiFID, anche inserendo una mole abnorme di dati e indicando una operatività esagerata, con uso di strumenti complessi come i derivati, specifico che uso derivati, risulterò comunque inadeguato finché non segnalo quanti soldi ho nelle altre banche. È un'informazione utile? Io credo di no.

 

“Il cliente capisce ben poco della MiFID quando si va sul campo: si arrabbia solo perché è un’altra dose massiccia di burocrazia. E infine basta cambiare i parametri e per fare un’operazione più rischiosa basta dichiarare che si ama il rischio e si usano derivati e il profilo di rischio si alza. Mi pare una forma eccessiva e inutile di meccanizzazione e standardizzazione, oltre che forma di controllo su persone e patrimoni”.

 

Non c’è altro scudo per il risparmiatore che la cultura finanziaria: solo la conoscenza lo può salvare dal meccanismo. Restare il popolo più ignorante d’Europa in tema di soldi non aiuterà. Ma non assolve certo le banche, che spesso hanno piazzato prodotti rischiosi spacciandoli per risk-free al pari dei Btp a cassettisti che anche a un neofita sarebbero apparsi inadeguati a quel tipo di investimento.

 

La responsabilità delle banche

 

Come si divide la responsabilità tra banche e risparmiatore nel caso dei subordinati delle quattro banche fallite lo scorso novembre – solo per fare l’esempio più vicino a noi nel tempo? “La responsabilità delle banche è enorme - dice Mastropietro - basta considerare solo alcuni dati: in Italia il 10% delle obbligazioni in circolazione sono di emittenti bancarie, rispetto a una media europea tra l’1 e il 2%. Si tratta per lo più di banche non quotate: questo numero da solo dà una misura del perché allo sportello offrono sempre la loro obbligazione, occultandone spesso rischi e regolamenti. Chi spiega come funziona una subordinata al cassettista? Nessuno, gli si dice che è un’obbligazione. E tra i documenti che gli vengono consegnati magari c’è scritto che essendo l’emittente non quotata, il titolo non è soggetto alle oscillazioni del mercato; peccato che poi non esista un mercato su cui rivenderla. In questo momento non consiglierei mai di comprare un’emissione di una banca non quotata”.

 

Lo scudo della cultura finanziaria

 

Manca la trasparenza, e fatti anche noti tra i consulenti diventano notizie molto tempo dopo, quando la frittata è ormai fatta. “Nel 2003 avevo scritto un articolo su Banca Marche - continua Mastropietro - chi si occupa di finanza professionalmente sapeva come stavano le cose. Ci sono enne banche nelle stesse condizioni: la bresciana Valsabbina, di cui solo adesso di parla sulla stampa locale, non quotata ha venduto azioni ai correntisti che questi ultimi non possono liquidare da due anni e intanto il loro valore si è depauperato”.

 

Storie che c’è da sentire il sangue tremare nelle vene dei polsi, altro che fondo Atlante e stress test. “Ripeto: l’unica difesa che abbiamo è la cultura finanziaria. Io sono un liberale e credo che sul mercato ognuno abbia il diritto di vendere il suo prodotto. Ma non capisco perché in Italia la gente critichi le banche da tutti i punti di vista e quasi le odi, però poi vi ripone la massima fiducia quando va a investire. Il fatto che la banca sia un’azienda e quindi tenda a vendere il suo prodotto è una cosa abbastanza normale. Dall’altra parte, è proprio la controparte che manca. La banca può permettersi di vendere ciò che vuole: strutturati, derivati, prodotti non trasparenti, perché non c’è interlocutore. Ed è assurdo che ci si occupi così poco del proprio denaro e che tanta gente non ha la minima idea di cosa abbia in banca. Oltretutto credo si lavori meglio se il cliente conosce lo spettro delle possibilità e dei rischi”.

 

Come in ogni relazione che si rispetti, insomma, le colpe vanno divise a metà. Mastropietro dal canto suo ha fondato un’associazione che risponde al nome «Essere liberali» e che in tour invita esperti di finanza per approfondire i temi che agli italiani sono più indigesti. Ma anche docenti, filosofi che “parlano di economia e libertà, nel senso di conoscenza e responsabilità individuale. Perché, come nella vita, anche nella finanza la conoscenza e la responsabilità individuale costituiscono il fondamento dell'agire”.

 

“Troppo comodo - continua Mastropietro - affidarsi a qualcuno per poi dargli la colpa, piuttosto che, invece, approfondire la materia e cercare di capire meglio prima cosa si adatta a noi in quanto investitori. A me capita ancora adesso su casi eclatanti che il cliente vada a informarsi dal diretto interessato e venga tranquillizzato, e torni da me dicendomi che è tutto a posto. Da quanti anni Mps è sull’orlo del tracollo? Sei o sette, eppure c’è ancora gente che ha le loro obbligazioni e non ha mai pensato di venderle, anzi, si fidano dello sportellista senese amico di famiglia che dice loro che va bene così e non succederà nulla. A livello istituzionale ci sono altri paesi in cui la finanza è materia obbligatoria di studio fin dai primi gradi di scuola, come l’inglese da noi - per quanto anche sull’inglese abbiamo i nostri bei problemi, quindi magari l’esempio non è calzante. Bene, inglese e finanza dovrebbero entrambe essere materie obbligatorie, invece uno è insegnato male e l’altra per niente”.

 

Consulenza come valore aggiunto

 

Se la consulenza ha un valore aggiunto, come detto fin qui, qual è? Mastropietro lo spiega in maniera molto semplice. “Spiego ai miei clienti che diversificazione e pianificazione di lungo periodo non funzionano più”, dice lapidario. Un’altra batosta alle nozioni base. Ma supportata dai puri numeri: “Nel 2000 Borsa Italiana era a 51mila punti, oggi a 16mila e non recupererà mai più quei livelli. Chi avesse investito 16 anni fa puntando sul lungo periodo, oggi si troverebbe col cerino in mano... Direi che vale il vecchio adagio keynesiano per cui nel lungo periodo saremo tutti morti”.

 

Che si fa, allora? “Si movimenta e si modifica il portafoglio se si ritiene che ci siano cambiamenti in atto - risponde il consulente - che non vuol dire fare trading. Quanto alla diversificazione, è complicata perché nel momento in cui succede qualcosa in un punto del pianeta con la globalizzazione questo qualcosa si diffonde in maniera rapida e tentacolare. Quest’anno a guadagnare di più sono state materie prime come oro ed emergenti che l’anno scorso avevano perso molto. I fondi obbligazionari sono in perdita a causa dei rendimenti negativi. Ma io ho guadagnato comprando singole obbligazioni, per esempio le BEI tripla A in real brasiliani, che pur essendo molto sicuri per emittente hanno reso il 10% sfruttando il buon momento del Brasile. Questa operatività il consulente può farla, un promotore no, perché sulle singole obbligazioni non ci sono spese e non ci sono guadagni”.

 

Il cliente evoluto che si rivolge al consulente invece paga per un servizio personalizzato che può andare dalla semplice consulenza senza operatività - con l’Isin è lo stesso investitore a effettuare le operazioni di compravendita - alla pianificazione classica. “L’unica vera caratteristica dell’indipendenza è la totale mancanza di pressioni e vincoli, e commissioni o spese occulte - ribadisce Mastropietro - quello che risparmia il cliente già ripaga la fee; ci sono poi contratti anche legati ai guadagni di Borsa, altri a forfait, o a ora se si fanno analisi del portafoglio che non segui regolarmente. Tutto è palese e sempre legato al risultato”.

 

E quando alla sera si stacca - mai veramente del tutto - dalla gestione del portafoglio, la vita di questo consulente bresciano è fatta di tennis, ma non solo. “Amo il buon cibo e il buon vino, e la convivialità che ne consegue. Si discute durante le cene con gli amici di società ed economia, che è poi è l’essenza della vita stessa. Amo anche il teatro e mi piacerebbe viaggiare di più. D’altronde sono figlio di un agente di viaggio... E anche gli agenti di viaggio hanno un albo, i direttori di agenzia: che utilità abbia, anche quell’albo lì, in effetti non l’ho mai capito”.

 

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