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Mediobanca, 114 banche italiane a rischio default a causa degli Npl

Mediobanca, 114 banche italiane a rischio default a causa degli Npl

L’alto tasso di crediti deteriorati presenti oggi nei bilanci delle banche è letto comunemente come elemento di debolezza e causa della riduzione del credito erogato verso famiglie e aziende.

Secondo l’Area Studi di Mediobanca questo semplicemente non è vero. Il suo direttore Gabriele Barbaresco lo ha spiegato ieri sera a Milano, in un incontro organizzato dall’amministratore delegato di Nextam Carlo Gentili.

La Bce, ad esempio, è tra i soggetti che maggiormente segnalano come un alto livello di Non Performing Loans abbia un impatto negativo sulla funzione di sostegno all’economia da parte degli istituti di credito. Si evidenzia, in genere, come la percentuale italiana di crediti deteriorati sul totale del denaro prestato dalle banche (16,4%) sia ben più alta della media dell’Unione Europea (5,4%) e di Paesi come Spagna (5,9%) e Francia (3,9%), per non citare la Germania (2,5%) unica al di sotto della soglia considerata corretta del 3%.

E si commenta che i Paesi dove la crisi economica del 2008 ha inciso maggiormente sono quelli con gli Npl più alti. Anche se, sottolinea Barbaresco, il tasso di crediti deteriorati italiani era già molto alto negli anni precedenti e, anzi, il gap con Paesi come Spagna e Portogallo si è addirittura ridotto negli ultimi 10 anni. È convinzione anche dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi), secondo cui il vero “spread” italiano rispetto ai Paesi core dell’Unione Europea è dovuto a lungaggini della giustizia civile, bassa crescita e livello dei tassi.

Delle 435 banche retail italiane analizzate dallo studio di Mediobanca, le banche più in difficoltà per via dei crediti deteriorati sono state le più piccole (le 327 Bcc e le 32 Popolari), schiacciate dalla doppia morsa degli alti costi (rispettivamente il 79% e il 77% dei ricavi) e della svalutazione netta delle esposizioni creditizie (48% e 40%).

Sul totale delle 435 banche analizzate, secondo il Texas Ratio (che evidenzia l’incidenza degli Npl netti sul patrimonio netto delle banche), i deteriorati superano il 100% della capitalizzazione per ben 114 istituti che quindi, se questi crediti perdessero definitivamente il loro valore, sarebbero tecnicamente fallite senza un ripianamento.

I conti vanno fatti infatti coi dati sulle sofferenze nette, considerando già l’effettiva possibilità di rientro dei prestiti da parte delle banche, che varia in base alle 3 tipologie di Npl: le “lievi” esposizioni scadute e sconfinanti da oltre 90 giorni (13,7 mld lordi recuperabili all’81%), le inadempienze improbabili (136,2 miliardi salvabili al 73%) e le più gravi sofferenze (210 miliardi riscattabili appena nel 42% dei casi). Senza dimenticare che, fatto 100 i crediti, il 17% dei prestiti non è coperto ad oggi da nessuna garanzia (39 miliardi).

Per questi rientri – che in genere impegnano 4/5 anni – alle banche non restano che due possibilità: o gestire internamente questi ammanchi (recuperandone il 47% del valore) o cederli a operatori specializzati (valorizzando gli Npl per il 23%), che ritagliano il loro guadagno comprando a un tasso di sconto tra il 15 e il 25%.

Sconti salatissimi per gli istituti di credito, che rischiano di uccidere il mercato degli Npl ancor prima che esprima il suo potenziale e che fanno meditare alle banche di provare a prendere tempo – variabile essenziale – e gestirsi autonomamente le proprie sofferenze. Non è infatti un caso se proprio pochi giorni fa, a marzo, Banca d’Italia ha sfidato l’opinione corrente affermando che “è difficile dimostrare il legame tra livello degli Npl e incapacità di erogare il credito. E che gli Npl sono stati usati come comodo colpevole”, come capro espiatorio.

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