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La Cassazione spiega chi può definirsi consulente finanziario

La Cassazione spiega chi può definirsi consulente finanziario

L'avvocato Fausto Fasciani, autore dell'intertervento, è esperto di diritto del lavoro e dei mercati finanziari

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In queste ultime settimane c’è stato ampio dibattito sulla qualifica e sulla natura dei consulenti autonomi e non, tutti ora abilitati all’offerta fuori sede.

Le decisioni, per ovvie ragioni, sono state prese dal potere legislativo, ma la giurisprudenza si è in qualche modo pronunciata di recente su questi argomenti?

Il caso

La risposta è affermativa. La Cassazione è intervenuta sul caso di una persona che a metà degli anni ’90, svolgeva contestualmente sia l’attività di promotore finanziario che quella di commercialista con la conseguenza che la Cassa dei dottori commercialisti ha disposto l’annullamento delle annualità 1995/1999 a causa dell’incompatibilità prevista tra le due attività dal d.lgs. 139/2005 e dal D.P.R. 1067/1953.

Il primo provvedimento esclude in maniera espressa l’incompatibilità tra le due attività mentre il secondo fa divieto al dottore commercialista il cosiddetto “esercizio del commercio”.

Inoltre la Cassa, a sostegno delle proprie ragioni, faceva riferimento alla previsione di una sua circolare del 14 luglio 2004 secondo la quale l’attività della persona fisica che esercita professionalmente l’offerta fuori sede in qualità di agente o mandatario rientra nell’attività di mediazione regolata dall’art. 1754 del codice civile.

Il promotor-commercialista impugnava la decisione della Cassa sulla base del fatto che l’attività da lui per conto della mandante era marginale rispetto a quella da commercialista.

Oltre a questo sosteneva la tesi secondo la quale la figura del promotore-agente, vista l’obbligatorietà del mono mandato, è assimilabile a quella del promotore dipendente. Sia il tribunale in primo grado che la Corte d’Appello di Roma rigettavano però la domanda.

L’intervento della Cassazione

Pertanto si ricorreva in Cassazione che confermava la sentenza di secondo grado. Nella pronuncia (5865/2017) i giudici della Suprema Corte riconoscono che il dpr 1067/1953 che, per l’appunto, non permetteva “l’esercizio del commercio in nome proprio o in nome altrui” ad un commercialista, anche se emanato in un’epoca anteriore era perfettamente in linea con la normativa sui promotori vigente all’epoca dei fatti ovvero la  legge 1/1991, il d.lgs.415/1996, cosiddetto “decreto Eurosim” e l’art. 31 del tuf .

La Corte sottolinea un fatto importante: la previsione dell’incompatibilità tra l’attività di dottore commercialista e quelle di promotore finanziario ai sensi del dpr. 1067/1953 non richiede che tale esercizio sia svolto con caratteristiche tali da configurare un’impresa commerciale organizzata con mezzi quanto il fatto che l’attività sia svolta con continuità e professionalità.

Secondo gli Ermellini tutto ciò è presente nel suddetto provvedimento in quanto la tipologia del promotore è tipicamente commerciale e la professionalità è nel fatto che egli sia iscritto ad un Albo ed eserciti “professionalmente” l’offerta fuori sede.

La Corte ricorda che chi svolge un’attività commerciale è obbligato a sottoscrivere un’assicurazione obbligatoria e che in tal senso non si fa riferimento all’elemento patrimoniale dell’impresa, ma al soggetto che svolge tale attività. Di conseguenza, spiega la Corte, non solo gli imprenditori che operano nei settori del commercio e del turismo, ma anche i  lavoratori autonomi del settore sono soggetti a tale forma di assicurazione obbligatoria e quindi  anche i “procacciatori d’affari”come viene testualmente riportato nella sentenza.

Il consulente è un mediatore o procacciatore di affari?

Sia la Corte d’Appello di Roma che la Corte di Cassazione di fatto equiparano i “procacciatori d’affari” ai promotori finanziari- consulenti abilitati. Il dato che colpisce è che nella sentenza di Cassazione non si fa alcun riferimento né alla nuova qualifica di “consulente abilitato all’offerta fuori sede” né al contratto di agenzia.  Come si può interpretare tutto ciò? Perché considerare il consulente come un mero “mediatore” o “procacciatore”? I giudici sono rimasti ancorati ad una vecchia visione della figura? Oppure “suggeriscono” che il contratto di agenzia venga superato per andare verso una nuova prevalente forma contrattuale che regoli i rapporti tra i consulenti abilitati e gli intermediari?

 

E il consulente autonomo?

Infine si può dedurre, per quanto riguarda i “consulenti autonomi” che, non svolgendo un’attività commerciale bensì “intellettuale” non ci sia alcuna incompatibilità tra questi ed i dottori commercialisti.

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