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Fuori orario. Passione per... il golf (seconda puntata)

Fuori orario. Passione per... il golf (seconda puntata)

a cura di Patrizio Comi, consulente finanziario di Bergamo

Ormai gli appuntamenti all’attiguo campo da golf non si contavano. Ogni scusa era buona per andare al campo: un caffè, il pranzo, un incontro con un cliente, una visita esplorativa al campo pratica.

Giocare a golf significava dedicare molto tempo a questo sport perciò bisognava conciliare l’attività professionale, che è l’unica fonte di sostentamento, con il “nuovo amore”

La programmazione settimanale era composta ormai dalla voce “golf”.

Il sabato “o” la domenica prima e il sabato “e” la domenica poi davano al golf uno spazio importante.

Sul campo da golf però c’era il vantaggio di avere relazioni con persone che, della finanza, di certo ne avevano sicuramente bisogno. Perciò ogni scusa era buona per approcciare alla vita professionale.

Avvicinarsi al golf è stato abbastanza facile.

Giocare a golf cominciava a diventare complicato, ma affascinante nello stesso tempo.

Studiare le regole, prepararsi all’esame per essere abilitati alla pratica sul campo, e soprattutto raggiungere il tanto sospirato “handicap”.

Una parola apparentemente negativa ma che nel golf esprimeva tutto il fair play di questo sport.

Dare cioè la possibilità ad uno più debole di te, di poter vincere.

Ricordo quel giorno come se fosse ieri.

A golf si gioca in team quattro. Ognuno è arbitro di se stesso.

“Ferri” nuovi e luccicanti in sacca.  Pur essendo una giornata di novembre, fa caldo. L’Emozione del principiante  traspare ovunque.

Di fronte il tuo unico e solo avversario: il campo!

 Nell’apparente difficile calcolo dei punti, sai che per essere un giocatore con “handicap” il tuo risultato deve raggiungere i 36 punti. Il supporto morale dei compagni di team è tutto a mio favore. Saranno 5 ore di gara, saranno 18 buche da affrontare, saranno momenti in cui tutta la tua conoscenza teorica e pratica dovranno materializzarsi in, almeno, 36 punti.

La prima buca dritta, senza ostacoli, senza alberi senza difficoltà apparenti appare raggiungibile con estrema facilità. Il problema è quella piccola palla bianca: riuscirò a prenderla? Sembra di sì.

Palla in green.

Il green è quella parte del campo da golf dove si trova la bandiera che indica la posizione della buca nella quale bisogna mandarci la pallina.  Perché è così piccola? Perché quando la guardo mi si rimpicciolisce sempre di più? E poi mi dico: “cosa ci vuole? Ho a disposizione 3 colpi, me ne bastano 2 per avere una media esatta di punti per raggiungere il fatidico 36.” Così sia!

Le buche successive passano via lisce senza troppi problemi. Gli ostacoli d’acqua cominciano ad essere “oceani” e le mie palline ne sembrano attratte. I pochi bei colpi da golf che riesco ad effettuare compensano le penalità che gli ostacoli mi attribuiscono.

Sto giocando con lo “score” in mano. (Capirò poi che è un termine che si usa quando controlli il tuo punteggio colpo dopo colpo).

Siamo alla buca 16. Al momento ho fatto 34 punti. Se chiudo questa buca significa aver conquistato l’handicap matematicamente. L’esperienza mi insegnerà che il golf non ha certezza e si deve giocare fino alla fine. Infatti non segno la buca e rimando alla buca successiva il mio traguardo vincente.

Ora faccio parte veramente di coloro che giocano a golf.

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