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Fondo patrimoniale, come spiegarlo al cliente

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Fondo patrimoniale, come spiegarlo al cliente

a cura dell'avvocato Massimo Perini

 In un’ottica di consulenza evoluta, il professionista non può prescindere dall’analisi del rischio patrimoniale globale. Uno degli strumenti tipici di tutela patrimoniale tipici offerti dal nostro ordinamento Giuridico è il Fondo Patrimoniale.

Ma se il cliente intende affrontare e capire lo strumento, siamo in grado di fornirgli adeguate risposte? Quali sono gli aspetti da considerare nella valutazione di un fondo patrimoniale?

 Una cassaforte giuridica per la famiglia

 Il Fondo Patrimoniale, regolato dagli artt. 167 e ss. del c.c., si concretizza in un patrimonio “destinato”, ossia un fondo riservato a far fronte alle esigenze patrimoniali della famiglia, al fine di assicurarne la stabilità economica anche in situazioni di criticità.

Dal punto di vista soggettivo, lo strumento può essere costituito da uno o da entrambi i coniugi (o persone unite civilmente) o anche da un terzo, per atto tra vivi o anche per testamento.

Dal punto di vista oggettivo, invece, vi possono confluire solo beni immobili, mobili registrati e titoli di credito nominativi.

 I beni confluiti nel Fondo, pur rimanendo nella piena proprietà dei disponenti, vengono gravati da un vincolo nell’interesse superiore della famiglia, con l’effetto concreto di renderli inaggredibili, tranne che per i debiti contratti proprio per i bisogni della famiglia stessa.

Il problema sta però nel capire quali sono questi bisogni. 

 Il punto di vista dei giudici

 Nel silenzio della legge, è evidente che, in ultima analisi, la valutazione e decisione spetterà al giudice chiamato in causa nel singolo caso concreto.

Uno dei dubbi più frequenti riguarda il debito professionale o imprenditoriale.

Secondo un primo orientamento giurisprudenziale, le obbligazioni scaturenti dall’attività lavorativa legittimerebbero l’aggressione dei beni confluiti nel Fondo Patrimoniale, in quanto l’attività professionale sarebbe destinata proprio al sostentamento della famiglia e, quindi, del suo interesse.

E’ evidente che tale assunto ha contribuito a rendere meno “gettonato” il ricorso a tale strumento di tutela.

 Prova più difficile per il creditore

 In una recentissima pronuncia estiva (sez. VI, ordinanza n. 16176/2018), la Corte di Cassazione entra nello specifico, offrendo una interpretazione più profonda e razionale.

La Corte, infatti, dopo aver premesso che, di regola, affinché sia ammissibile l’esecuzione sui beni del fondo, è necessario che la fonte o la ragione del rapporto obbligatorio abbia inerenza diretta e immediata con i bisogni della famiglia, ci offre un’ulteriore determinante precisazione.

I giudici, infatti, sostengono che, in applicazione del generale principio dell'onere della prova, al fine di dimostrare l’esistenza di un collegamento diretto fra debito contratto ed esigenze della famiglia, il creditore procedente non può limitarsi semplicemente a sostenere che, in generale, i proventi derivanti dall’attività lavorativa sarebbero destinati al mantenimento della famiglia stessa.

Il creditore deve provare di più, ossia dimostrare che i flussi finanziari provenienti dall’attività (nel caso specifico si trattava di redditi provenienti da una società) siano destinati, dal debitore, alle esigenze familiari e non ad altro. 

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