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Educazione finanziaria, la funzione sociale del denaro

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Educazione finanziaria, la funzione sociale del denaro

“Una finanza che non è etica non è sostenibile. Qualunque business che non sia contraddistinto da un’etica forte è destinato a finire, a estinguersi. Le persone non vogliono essere ingannate, al contrario vogliono percepire che dall’altra parte ci sono professionisti con dei principi saldi e onesti. La finanza senza etica non ha alcun futuro”.

Marcello Esposito sa di cosa parla, dopo 26 anni trascorsi in un mondo, quello della finanza, in cui ha assunto molteplici ruoli: prima come economista e responsabile dell’analisi dei mercati per la Banca Commerciale Italiana, poi nell’asset management (Sanpaolo AM, Pioneer), per poi passare al lato della distribuzione con un’esperienza in Xelion, rete acquisita da Fineco, prima di chiudere il cerchio nel 2008 con un passaggio nel private banking in qualità di responsabile degli investimenti per Banca Patrimoni Sella e, infine, in UnipolSAI, sempre come direttore investimenti.

Dal 2013 Esposito è un libero professionista, docente a contratto di International Financial Markets all’Università LIUC di Castellanza e socio fondatore di Quantum Financial Analytics, società dedicata alla consulenza in ambito di impresa dove ha riversato il patrimonio di conoscenze accumulate negli anni di lavoro in ambito finanziario.

Alle attività di professore e consulente, Esposito affianca quella di editorialista per Repubblica e per il supplemento Affari & Finanza, nonché un grande impegno personale e professionale nel terzo settore. Ed è proprio l’esperienza nel campo della economia sociale, tra gruppi e associazioni non profit e di volontariato volte a favorire una maggiore partecipazione e inclusione sociale, ad aver mostrato al cittadino Esposito – prima ancora che al manager – la discrepanza tra le difficoltà del mondo reale e il comfort dei salotti buoni della finanza.

“Lavorando nel terzo settore, ci si rende conto che la realtà è molto più complessa di quello che si pensa in finanza”, spiega. “Episodi come Brexit e l’elezione di Trump rappresentano un campanello d’allarme che il cosiddetto establishment dovrebbe ascoltare. Anche io ho sempre vissuto in un certo mondo, per poi capire che la realtà presenta sfaccettature di fronte alle quali non si può restare indifferenti. Il punto da cui ripartire non è la forza, ma la fragilità umana, in un percorso comune che porti a una sincera condivisione dello stesso destino”.

Ed è qui che entra in gioco l’educazione finanziaria, ambito di ricerca e di azione in cui Esposito è impegnato in prima persona e a livello pubblico, in quanto consulente economico presso la Presidenza del Consiglio, con cui collabora su un progetto volto a ridurre la povertà educativa degli italiani in ambito finanziario.

Cosa le ha insegnato il suo impegno nel terzo settore?

Penso che l’impegno nel terzo settore aiuterebbe i consulenti finanziari a svolgere ancora meglio il loro mestiere. Lavorarci dentro permette di venire a conoscenza di quelli che sono i bisogni più profondi delle persone, alcuni dei quali, come l’inclusione sociale, coinvolgono molteplici ambiti. Anche gli aspetti finanziari. Conoscendo le fragilità che accomunano tutti in forme più o meno accentuate, ci si rende conto di come l’attenzione ai bisogni del cliente-persona non sia un problema meramente formale. Ad esempio, con i ragazzi delle comunità si lavora anzitutto per liberarli dalle dipendenze e per riabituarli a vivere rispettando le regole del vivere insieme. E spesso è l’apertura di un conto corrente il passaggio chiave. Quando il ragazzo riesce a entrare da solo in una banca è come se acquisisse per la prima volta la vera cittadinanza. Noi della finanza abbiamo dimenticato questo significato, e per questo quello che è accaduto con le truffe bancarie di cui sono purtroppo piene le cronache dei giornali (false profilazioni MiFID, collocamento di prodotti eccessivamente complessi e rischiosi, concentrazione dei rischi) rappresenta un doppio tradimento nei confronti dei nostri clienti, in quanto risparmiatori e in quanto cittadini.

Nell’ottica della tutela del cliente, quali sono le principali criticità che ravvede?

La criticità principale è data dagli evidenti conflitti di interesse nel servizio di consulenza finanziaria che bisognerebbe estirpare alla radice, e poi dalla scarsa educazione finanziaria e dall’attenzione solo formale alla tutela del risparmiatore. Quello dell’educazione finanziaria è un tema che attiene in primo luogo alle modalità di comunicazione dell’informazione. Pensare di risolvere il problema come si è fatto finora, offrendo al cliente tutta l’informazione disponibile e ritenendolo solo per questo in grado di prendere la migliore decisione possibile, è un’illusione. Pensiamo ai prospetti informativi chilometrici, che nessuno legge e che di fatto tutelano esclusivamente chi li compila, e non i soggetti a cui sono diretti. Ed è qui che entra in gioco la regolamentazione: con la MiFID del 2007, questo scenario è in parte già cambiato; vedremo ora quali novità porterà la MiFID 2.

Come si fa?

Ribadendo, nei fatti e non più solo a parole, l’importanza dell’educazione finanziaria e di una regolamentazione pro-attiva per la tutela del risparmiatore. Educazione finanziaria e regolamentazione devono ‘parlarsi’. Quello degli investimenti e del risparmio è un mondo complesso che noi, nella finanza, abbiamo teso a semplificare moltissimo, seguendo un’ideologia che alla fine dei conti si è rivelata sbagliata.

Già nel 2007-2008 c’è stato il campanello d’allarme, e non è un caso che la crisi sia iniziata con la sospensione del calcolo del NAV di tre fondi comuni che avrebbero dovuto assicurare liquidità massima e rendimenti bassi, ma sicuri. Successivamente, grazie anche alla prima spinta della MiFID, è sembrato per un po' che avessimo capito, ma poi siamo tornati a fare gli stessi errori, strutturando prodotti che sembrano adatti a soddisfare le esigenze di conto economico di chi li struttura più che del cliente che deve comprarli. Il problema è che, se non comprendiamo quanto è complessa la vita fuori dalla gabbia dorata della finanza, difficilmente si potrà strutturare un prodotto e un servizio davvero adeguato.

Di cosa c’è bisogno in Italia per invertire la rotta della povertà educativa in ambito economico e finanziario?

Il nostro paese ha uno dei livelli più bassi in assoluto di alfabetizzazione finanziaria, come testimoniato da innumerevoli e autorevoli ricerche (OCSE, S&P). Si può fare tutta la regolamentazione che si vuole, ma se il cliente non è consapevole non serve a nulla. Tra l’altro è nell’interesse dell’industria che il cliente sia educato alla qualità del prodotto che acquista. Prendiamo ad esempio il settore alimentare: per non rimanere ostaggio delle produzioni a basso costo, se voglio garantire sostenibilità al business, devo coltivare l’educazione del cliente al cibo o al vino di qualità. D’altro canto, ci lamentiamo che in Italia i clienti non sono disposti a pagare per la consulenza finanziaria. Ma per pagare la consulenza, il cliente deve anzitutto capire di finanza, familiarizzare con i principali temi legati al risparmio, all'investimento di lungo termine e alla crescita personale. Altrimenti perché dovrebbe pagarmi? Se non sa cos’è l’inflazione, come faccio a fargli capire per quale motivo gli sto proponendo di investire in strumenti che proteggono da un rialzo dei tassi? Se non facciamo fare al cliente questo salto di qualità, è chiaro che dovremo sempre lavorare sull’ignoranza e sul conflitto di interessi.

Nella battaglia per la diffusione dell’educazione finanziaria, come deve schierarsi l’industria del risparmio?

In prima linea e su tutti i fronti. Anche e soprattutto investendo nei giovani, per avvicinarli ai temi del risparmio e dell'investimento dal punto di vista pratico, ancor prima che teorico. Ad esempio, si parla tanto di alternanza scuola-lavoro. Perché non proporla all’interno della finanza? Pensiamo alla percezione, piuttosto diffusa, di banche e promotori come di un qualcosa di lontano e ostile: che differenza farebbe se vedessi che queste realtà offrono un impiego ai miei figli durante il loro percorso scolastico? È necessario che tutti gli attori dell’industria del risparmio riallaccino i rapporti con la comunità, per ribaltare la percezione corrente di un mondo da temere, in cui bisogna guardarsi sempre dalle fregature. È un atteggiamento che va modificato, e l’educazione finanziaria è un tassello fondamentale.

Come si superano i proclami per giungere a risultati concreti?

All’inizio la spinta deve venire dall’alto, ma deve essere uno sforzo condiviso a tutti i livelli. L’industria non deve percepirlo solo come una delle tante iniziative da menzionare nel bilancio di corporate responsability, ma come una chiave per il successo, per garantire la sostenibilità del business. Non ci si può limitare agli spot televisivi, o alla terza giornata del Salone del Risparmio, quella in cui il convegno viene aperto alle scuole.

In cosa consiste la Strategia Nazionale di Educazione Finanziaria, il progetto che la vede coinvolto in qualità di consulente presso la Presidenza del Consiglio?

Il progetto è in realtà elaborato dalle principali autorità finanziarie (Consob, Covip, Banca d’Italia-Ivass) e da numerosi altri stake-holders (tra cui Feduf) a cui offriamo il nostro supporto. Esistono poi iniziative parlamentari volte a “strutturarlo” e istituzionalizzarlo. L’obiettivo è quello di trasferire l’educazione finanziaria al maggior numero di cittadini possibile. Oltre agli strumenti educativi classici, si vorrebbero sperimentare forme innovative di alfabetizzazione di massa. Ad esempio, promuovendo l’alternanza scuola-lavoro in ambito finanziario o coinvolgendo la più grande impresa culturale del paese, la Rai, in modo creativo e adeguato ai vari target di popolazione. Non solo pubblicità progresso, ma, perché no, trasferendo concetti base di educazione finanziaria all’interno di fiction o soap opera, come già si fa in America. Quando si riesce a tradurre questi concetti in termini artistici, di spettacolo, vuol dire che si sta compiendo un passo importante. Per esempio, si è parlato di “bail-in” e debito subordinato nei talk-show politici con il rischio concreto che il discorso finisse per essere strumentalizzato in un senso o in un altro, o in trasmissioni dedicate, specialistiche, quindi troppo tecniche. Il risultato, in entrambi i casi, è che la stragrande maggioranza dei risparmiatori-spettatori non ha capito un’acca. Immaginiamo invece se in una fiction come “Un posto al sole” o “Don Matteo” il tema venisse trattato in maniera creativa e accattivante per far capire il rischio che si corre, o per spiegare i diritti che un risparmiatore ‘tradito’ ha e a quale strutture può rivolgersi per tutelare i propri diritti. Se si riesce a usare questo canale di comunicazione ancora molto potente, possono davvero aprirsi delle frontiere nuove.

Di quale funzione sociale può farsi carico l’educazione finanziaria?

L’educazione finanziaria è un fattore di inclusione sociale e di cittadinanza. Questo perché la gestione consapevole del denaro e la pianificazione sono fattori fondamentali di coesione sociale, e lo sperimentiamo ogni giorno tra le frange più fragili della popolazione dove la vera differenza è data dall’instaurazione di un rapporto diverso con il denaro, più articolato, che non passa solo ed esclusivamente attraverso l’utilizzo del contante, come accade nei contesti legati a doppio filo all’economia sommersa. Per un ragazzo con un passato in comunità che trova un lavoro vero, il giorno in cui entra in banca e apre un conto corrente rappresenta un giorno importante come quello del diploma di maturità.

A proposito di educazione, quale insegnamento possono trarne i consulenti finanziari?

Se non si aprono gli occhi su cosa sta succedendo fuori, se non si capisce quali sono le paure e le speranze in cui sono immerse le persone che noi chiamiamo clienti, rischiamo di trovarci fuori dal mercato. Ci basiamo su quello che ci dicono gestori, esperti, top manager, ma non riusciamo a vedere dove sta andando il mondo. E se un business non riesce a capire dove va il mondo, prima o poi si troverà fuori dal gioco. Soprattutto da un gioco complesso e imprevedibile come quello dei mercati finanziari.

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