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Cosa rischia il cf che va ad allocare i beni frutto di reato di un cliente?

Cosa rischia il cf che va ad allocare i beni frutto di reato di un cliente?

a cura dell'Avvocato Fausto Fasciani

Una questione molto dibattuta a livello di dottrina giuridica con delle implicazioni pratiche non indifferenti. A tale quesito dà una (prima) risposta la Corte di Cassazione  con la sentenza 17235/2018 nella quale viene affrontata e definita la posizione di un terzo che con la sua condotta favorisca l’attività autoriciclatoria di chi ha commesso il “reato fonte” che può essere ad esempio quello di tipo fiscale.

Il Caso    

La questione oggetto della sentenza affonda le sue radici nelle vicende che hanno condotto alla fine della cosiddetta Prima Repubblica.  ST viene riconosciuta colpevole dalla Corte d’Appello di Napoli  del reato di riciclaggio in quanto ponendo in essere plurime operazioni commerciali, finanziarie e societarie, attraverso lo “scudo fiscale”, faceva rientrare in Italia somme di illecita provenienza di LB.

Tali somme, attraverso lo schermo costituito dall’acquisizione  di quote  di società e l’utilizzo di trust, venivano poi finalizzate  all’acquisto di alcuni immobili. Il ruolo della professionista ST, che era a conoscenza dell’origine delittuosa dei capitali, era nel fatto che essa viene riconosciuta come “ispiratrice” ed “artefice” di questo complesso di operazioni. I giudici del secondo grado, confermando la condanna del tribunale per riciclaggio, descrivono ST come una  “esperta e competente professionista, come tale in grado di rendersi conto della reale finalità dell’operazione da lei stessa gestita su richiesta di LB”. I giudici napoletani  specificano che LB avrebbe potuto acquistare da solo gli immobili direttamente dal costruttore che egli conosceva di persona e che il ruolo della consulente consisteva nel “disperdere le tracce della provenienza delle somme”.  

ST ricorre in Cassazione deducendo il fatto che i fatti andavano riqualificati come “concorso nel nuovo delitto di autoriciclaggio” che prevede sanzioni più leggere rispetto a quello di riciclaggio.

 

Per la Cassazione il consulente risponde con una pena più grave

La sentenza della Suprema Corte richiama il reato di autoriciclaggio  previsto dall’art 648-ter.1 che cosi stabilisce: “ Chiunque, avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce o trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre utilità provenienti dalla commissione di tale delitto in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”.  Va aggiunto che lo stesso articolo prevede un aumento  di pena nel caso in cui il reato venga commesso “ nell’esercizio di un’attività bancaria o finanziaria o di altra attività professionale”. Ciò a dimostrazione del fatto che il legislatore “percepisce” il pericolo che i dipendenti di banca, i consulenti finanziari e più in generale gli intermediari possano essere di ausilio per la criminalità che utilizza il circuito economico per immettere i ricavati di azioni delittuose.  

Conclusioni della Corte, il cf concorre nel riciclaggio

Come  qualifica la Cassazione la condotta del consulente ? Aderendo alla tesi della  dottrina maggioritaria secondo la quale “l’extraneus” - il consulente finanziario- che concorre con  il riciclatore risponde non di concorso in auto riciclaggio, ma del delitto, ben più grave, di riciclaggio. Mentre, si noti bene, “l’intraneus” - il cliente che ha commesso il reato fonte ed ha la problematica di rimettere in circolazione i capitali di provenienza illecita- risponde a titolo di autoriciclaggio che comporta una pena minore.

Come è possibile? Gli Ermellini spiegano che “la previsione di un trattamento sanzionatorio meno grave per il delitto di auto riciclaggio trova giustificazione unicamente con la considerazione del minor disvalore che anima la condotta incriminata  se posta in essere non da un extraneus bensì dal responsabile del reato presupposto, il quale abbia inteso giovarsene, pur nei modi oggi vietati dalla predetta norma incriminatrice risultando responsabile di almeno due delitti (quello non colposo presupposto e l’autoriciclaggio)”.

 In pratica, chi agevola con la sua “consulenza” la condotta di un soggetto che vuole allocare beni frutto di un reato  viene punito a titolo di riciclaggio con pena ben più grave.

 Per tornare al caso oggetto della sentenza la Cassazione ha statuito che ST , nel suo ruolo di consulente  di LB nella sola immissione nel circuito economico del capitale frutto di reato  deve rispondere del reato di riciclaggio ex art. 648 bis e non di concorso in auto riciclaggio.

L'avvocato Fausto Fasciani del Foro di Roma opera nei settori del diritto del lavoro e di quello dei mercati finanziari  

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